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BOLLETTINO

» TOTA

VOLUME LI. - 1940 XIX

<con « tavole)

(Pubblicato il 30 dicembre 1940

INVE*TICANOO]

INVENI6S

NAPOLI

STABILIMENTO TIPOGRAFICO N. JOVENE VIA DONNALBINA, 14

1940 (xix)

INDICE

ATTI

(memorie, note e comunicazioni)

Zirpolo G. -- Azione dell'acqua pesante sugli organismi. 8. Ri¬ cerche sui molluschi gasteropodi Bittìum scabrum, Olivi e Phyllirhoe bucephala Peron et Leuser, sui molluschi pteropodi Crescis acicula Rang e Cleodora piratnidata L. De Lerma B. La spettrofotometria quantitativa in Biologia : me¬ todi e problemi (Con quattro figure nel testo) . .

Iovene F. L'acqua termale attivatrice dello sviluppo dei ve¬ getali .

Costantino G. Un insetto parassita dalla Feijoa selloviana Berg. : Il Labidostomis taxicornis Fabr. (Con 4 figure

nel testo) . .

Boenzi S. Su alcuni avanzi di Cetacei fossili della provincia di Matera (Con cinque figure nel testo), . .

Castaldi F. Osservazioni morfologiche sulle coste settentrionali della Sardegna (Porto Torres). (Con dodici figure nel testo) , Fiore M. Materiale preistorico raccolto in Castelnuovo Fogliani ed in altre località d'Italia (Con ventisei figure nel testo e

sei tav. fuori testo) .

Penta F. L'attività svolta dal Centro Studi delle risorse natu¬ rali dell'Italia Meridionale dal 13 luglio 1939 al 31 agosto

1940 .

Penta F. Studi e ricerche in corso nei Campi ed Isole Flegrei condotti allo scopo di utilizzare le energie del sottosuolo

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RENDICONTI DELLE TORNATE

PROCESSI VERBALI

Processi verbali delle Tornate 1939-40 .

Elenco delle pubblicazioni pervenute in dono Consiglio Direttivo per l'anno 1939 Elenco dei Soci. . . .

Elenco delle pubblicazioni pervenute in cambio

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BOLLETTINO

DELLA

SOCIETÀ DEI NATURALISTI

Ente Morale R. D. 14 luglio 1914, N. 774

BOLLETTINO

DELLA

IN NAPOLI

VOLUME LI. - 1940 xix.

(con 6 tavole)

(Pubblicato il 30 dicembre 1940 - xix).

Njapoli

STABILIMENTO TIPOGRAFICO N, JOVENÉ VIA DONN ALBINA, 14

1940 (XIX)

Bollettino della Società dei Naturalisti in Napoli

AT T I

(MEMORIE E NOTE)

Prof. Giuseppe Zirpolo

Azione dell’ acqua pesante sugli organismi.

‘8. Ricerche sui molluschi gasteropodi Bittium scabmm Olivi e Phyllirhoè bucephala PERON et LESEUR e sui molluschi pteropodi Creseis acicula Rang e Cleodora piramidata L.

(Tornata del 7 febbraio 1938).

Nel corso delle mie ricerche ho potuto avere occasione di studiare ancora il comportamento di alcuni molluschi di fronte all'acqua pesante. I risultati sono stati quanto mai notevoli e degni di esser riferiti, tanto più che su questo gruppo di animali non mi risulta che sia stata tentata finora alcuna ricerca del genere.

Ho scelto fra i molluschi gasteropodi il Bittium scabrum Olivi che si presenta in esemplari piccoli e quindi maneggevoli per queste ricerche anche per la poca quantità di acqua pesante necessaria per le esperienze. La Pkyllirhoè bucephala Peron et Leseur è stata da me prescelta anche perchè di essa mi ero occupato in precedenti varii lavori di altro genere e quindi ne conoscevo la biologia. Le due specie di pteropodi Creseis acicula Rang e Cleodora pirami¬ data L. le ho preferite ad altre, sia perchè di piccole dimensioni, sia perchè avendo la conchiglia trasparente mi era possibile os¬ servare la fisiologia degli organi interni.

Ricerche su Bittium scabrum Olivi.

Il Bittium scabrum è un mollusco gasteropodo che vive nel golfo di Napoli : è di piccole dimensioni e lo si trova generalmente

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abbondante nelle praterie di Posidonia. Ha colore brunastro e re¬ siste bene in cattività.

Esperienze con acqua pesante a 99,6 %.

In una prima serie di esperienze compiute nel mese di gen¬ naio pongo in una vaschetta contenente acqua pesante alla concen¬ trazione 99,6 % un gruppo di cinque Bittium scabrum , dopo averli passati per qualche tempo su carta assorbente per far asciugare l'acqua di mare aderente alle pareti della conchiglia.

Gli animali che sono contratti nell' interno della conchiglia incominciano ad estendere il loro piede di nuovo, ma venuti a contatto dell’ambiente non proprio lo ritirano immediatamente nel- l'interno della conchiglia che resta immota.

Dopo dieci minuti osservo che s'inizia in alcuni esemplari una lieve estroflessione del piede, quasi volessero prendere contatto col nuovo ambiente, però subito lo ritirano : la prova però viene ri¬ petuta di tanto in tanto.

Nel giorno seguente tutti gli esemplari hanno emesso il loro piede fuori la conchiglia e vivono nell' acqua pesante a così alta concentrazione come se fossero in ambiente proprio.

Nei giorni seguenti gli animali vivono bene, anzi reagiscono agli stimoli. Punti con un ago il loro corpo immediatamente lo ritirano nella conchiglia per poi, poco dopo, estenderlo di nuovo e riprendere il loro ritmo comune di vita.

Gli animali che erano stati messi in acqua pesante il 3 gen¬ naio sono vissuti fino al giorno 16 dello stesso mese, poi li trovo morti. Evidentemente in un ambiente così anormale essi sono vis¬ suti ben 14 giorni : il che vuol dire che l’acqua pesante, almeno su questa specie, non è stata tossica abiotica.

Compio nel mese di febbraio un'altra serie di esperienze, ma questa volta con minore fortuna. Difatti un altro lotto di cinque Bittium è messo nelle identiche condizioni, in una vaschetta contenente acqua pesante alla stessa concentrazione.

Gli esemplari emettono il loro piede ma subito lo ritirano : nel giorno successivo si nota che non vivono bene e al giorno li trovo morti.

Compio un'altra serie di esperienze verso la fine del mese di febbraio con un altro gruppo di Bittium , ma essi pure dopo due

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.giorni muoiono. Noto che la minore resistenza a vivere nel nuovo ambiente dipende anche dal fattore temperatura. Difatti nelle prime esperienze compiute in gennaio, quando la temperatura si mante¬ neva molto bassa, gli animali sono vissuti abbastanza bene, ma quando la temperatura si è di poco elevata essi non hanno resistito. Non credo quindi che 1* acqua pesante sia stata abiotica, piuttosto le condizioni di temperatura non hanno favorito l'ulteriore possi¬ bilità di vita di questi esemplari nel nuovo ambiente.

Esperienze con acqua pesante al 75 %.

' Una serie di esperienze viene compiuta usando acqua pesante alla concentrazione del 75 %.

In tre serie di esperienze compiute contemporaneamente a quella con acqua pesante ad alta concentrazione ho potuto notare che gli esemplari vivono bene e resistono molto tempo. Nelle esperienze compiute nel mese di gennaio gli esemplari sono vis¬ suti 25 giorni reagendo sempre agli stimoli ; in quelle compiute nella prima metà del mese di febbraio sono vissuti venti giorni; in •quelle compiute verso la fine del mese di febbraio dopo appena cinque giorni sono morti. Ciò conferma che il fattore temperatura ha un'importanza non lieve nella vita di questa specie.

Esperienze con acqua pesante al 50 .

Tutti gli esemplari tenuti in vaschette contenente acqua pe¬ sante alla concentrazione del 50% sono vissuti circa un mese nelle esperienze compiute nel mese di gennaio ed appena sette od otto giorni in quelle compiute successivamente nel mese di febbraio.

Posso dunque da questa serie di esperienze dedurre che il mollusco gasteropodo Bittium scabrum può vivere nell'acqua pesante a concentrazioni varie dal 99,6 % al 50 % senza subire danni appa¬ renti notevoli. Esso vive però nel nuovo ambiente un tempo più o meno vario a seconda della concentrazione e della temperatura. Se la temperatura è bassa vive bene anche in ambiente ad alta concentrazione, ma non appena la temperatura ambiente si eleva vive male e soccombe. D’altra parte anche nell' ambiente d'acqua di mare normale è ben risaputo che molti molluschi d'inverno vi¬ gono di più e meglio che nell'estate.

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Ricerche su Phyllirhoè bucephala Peron et Leseur.

La Phyllirhoè bucephala Peron et Leseur è un grazioso gaste- ropodo nudibranchio che vive nel golfo di Napoli. Esso in alcuni» periodi si pesca con grande facilità e per le sue particolari carat¬ teristiche è stato oggetto finora di ricerche varie sia morfologiche che biologiche.

Esperienze con acqua pesante al 99,6 %.

Gli esemplari in numero di tre, di taglia media, messi in va¬ schetta contenente acqua pesante concentrata al 99,6 % si deposi¬ tano sul fondo immoti, però il cuore seguita a pulsare con ritmo regolare. Dopo due minuti i tentacoli si contraggono fortemente, però il cuore seguita a pulsare normalmente. Dopo tre minuti os¬ servo che gli esemplari sono sciupati : dacché erano trasparenti sono divenuti opachi, il corpo si è contratto fortemente in modo da perdere la sua forma, però il cuore seguita a pulsare con i suoi movimenti ritmici. Dopo cinque minuti alcuni esemplari sten¬ dono i tentacoli di nuovo, contraggono la coda, il corpo riprende la trasparenza ed il cuore pulsa con ritmo costante* Dieci minuti dopo gli animali hanno ripresa la loro forma normale, si contrag¬ gono, si spostano nell'ambiente con una certa fatica, conservano la loro trasparenza ed il cuore pulsa normalmente. Nelle ore succes¬ sive non noto nulla di anormale, la vitalità si presenta in essi co¬ me se fossero nel loro ambiente naturale, fatta eccezione per un movimento più lento dovuto alla densità dell' ambiente di acqua pesante ad alta concentrazione.

Nel giorno successivo, dopo 24 ore, trovo i tre esemplari sul fondo della vaschetta, immoti, contratti con lo stomaco gonfio, ed il cuore ha movimenti lenti e stentati. Riporto due esemplari in. acqua di mare : i movimenti sono ripresi lievemente, lo stomaco che era gonfiato ritorna nei suoi limiti normali ed il cuore acce¬ lera le sue pulsazioni; l'animale però rimasto in acqua pesante dopo, poco muore ; mentre gli esemplari riportati in acqua di mare vi¬ vono fino al giorno successivo, ma poi anch'essi muoiono.

Ripeto le esperienze con altri tre esemplari. Osservo che gli esemplari cadono sul fondo paralizzati, contratti, ma dopo due minuti il cuore pulsa ed il corpo incomincia a distendersi. Dopo>

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mezz’ora i movimenti della regione cefalica sono lenti, il cuore pulsa lentamente e gli animali vivono male. Nel giorno successivo li trovo morti. Dunque nell'acqua pesante, quasi pura, vivono ap¬ pena un giorno, d'altra parte non vivono molti giorni nelle nostre vasche gli esemplari di questa specie, ma quello che è importante notare è che il cuore non subisce arresti e sostiene la fatica del corpo nell’equilibrare l'ambiente interno con l'esterno.

Esperienze con acqua pesante a 75%.

Tre esemplari di Phyllirhoè messi in vaschetta contenente acqua pesante al 75% si agitano vivacemente. Dopo cinque minuti cadono sul fondo della vaschetta, si contraggono fortemente, però il corpo resta trasparente ed il cuore pulsa con ritmo normale.

Nel giorno successivo, verso le ore dieci, trovo i tre esem¬ plari vivi, trasparenti che si muovono sebbene con movimenti non molto agili nel nuovo ambiente : il corpo ha ripreso la sua forma regolare, i tentacoli sono estesi, lo stomaco è contenuto nei suoi limiti normali, il cuore pulsa ritmicamente* Li eccito con aghi e gli animali rispondono agli stimoli energicamente. Nel pomeriggio verso le ore diciotto, osservo che i movimenti incominciano ad essere alquanto lenti, che il corpo va diventando lievemente opa¬ lescente e la reazione agli stimoli è lenta. Nel giorno seguente trovo gli animali contratti sul fondo della vasca morti.

Esperienze con acqua pesante al 50 %.

Due esemplari sono messi in acqua pesante alla concentra¬ zione del 50 %. Gli animali si muovono nel nuovo ambiente come se fossero in quello naturale. Il cuore pulsa con ritmo normale, i tentacoli sono perfettamente estesi, gli esemplari si contraggono, si estendono così com’è loro abitudine.

Nelle ore successive noto che gli animali vivono bene e che non mostrano affatto di essere turbati dal nuovo ambiente. Nel giorno successivo, in osservazioni compiute tanto in mattinata che nel pomeriggio osservo sempre vivacissimi movimenti, trasparenza del corpo, cuore che pulsa ritmicamente, vivace reattività agli stimoli.

Nel giorno successivo trovo gli esemplari morti e lievemente contratti.

Dalle esperienze condotte si deduce che la Phyllirhoè buce -

phala Peron et Leseur resiste nell'acqua pesante alla concentra¬ zione di 99, 6 % per un giorno, mentre nell’acqua pesante alla con¬ centrazione del 75 % e 50% vive al massimo per due giorni. Non si può quindi dire che l’acqua pesante sia tossica per la specie, completamente abiotica considerato che gli animali anche nell’am¬ biente normale non vivono sempre molti giorni, ma dopo un giorno o due o tre soccombono almeno che non si abbia da fare con esem¬ plari molto resistenti perchè in ottime condizioni di vita.

Ricerche sui Pteropodi Creseis acicula Rang e Cleodora piramidata L.

Ho scelto fra gli pteropodi le due specie indicate perchè esem¬ plari che si pescano nel golfo di Napoli talvolta abbondanti, poi sono esemplari piccoli e quindi non è necessaria molta quantità di acqua pesante per le esperienze e finalnente perchè hanno una conchiglia trasparente onde è possibile seguire le modificazioni deH'interno del corpo.

Esperienze con Creseis acicula Rang.

Esperienze con acqua pesante a 99,6 %.

Gli animali tolti dall'acqua di mare e rapidamente prosciugati .all’esterno con carta bibula sono stati immessi in vaschetta conte¬ nente acqua pesante al 99,6 %. Essi restano paralizzati cadendo sul fondo ; dopo un minuto osservo che le natatoie iniziano un lieve movimento con contrazioni spasmodiche ma lente, che vanno però aumentando sempre più per circa due minuti, ma che poi si arre¬ stano. 11 corpo è divenuto flaccido, specialmente le natatoie. Dopo otto minuti osservo che gli animali sono sempre immoti sul fondo. Li lascio stare ancora altri dieci minuti e poi li riporto in acqua di mare. Noto che non manifestano alcun movimento, ma restano sul fondo ; eccitati non rispondono allo stimolo.

Dopo nove minuti dacché sono nel loro ambiente di acqua marina pura osservo una lieve contrazione delle natatoie e della regione mediana del piede, ma non si scorge alcuna pulsazione cardiaca, movimenti così caratteristici e facilmente osservabili in questa specie per la trasparenza del nicchio. Dopo un minuto

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noto che le natatoie si contraggono un po’ più fortemente, però si presentano sciupate e contratte ; ancora dopo dieci minuti gli animali presentano sempre lieve contrazioni, quasi spasmodiche, ma le natatoie ed il piede si presentano sempre sciupati, contratti, flaccidi.

Gli animali però vanno sempre più contraendosi e opacizzan¬ dosi restando immoti sul fondo. Evidentemente l’acqua pesante a così alta concentrazione ha compiuto tale azione disidratante sul corpo degli animali da renderli incapaci di riprendere la forma normale, pur essendo stati riportati nel loro ambiente di acqua di mare pura.

In altre due serie di esperienze compiute verso la fine del mese di gennaio e all'inizio del mese di febbraio anche su cinque esemplari ho dovuto constatare sempre gli stessi effetti dell'acqua pesante ad una concentrazione così alta, anzi la temperatura più elevata ha peggiorato le condizioni più che favorirle.

Esperienze compiute con acqua pesante al 75 %.

Cinque esemplari di Creseis acicula Rang immesse in vaschetta contenente acqua pesante concentrata al 75 % (la miscela veniva com¬ piuta naturalmente con acqua di mare) non sono rimasti paralizzati sul fondo, come si era verificato nell’esperienza precedente, ma il movimento delle natatoie è stato piuttosto vivace. Dopo sette mi¬ nuti le natatoie si contraggono abbastanza vivacemente : sono ben visibili i movimenti del cuore che non hanno subito mài arresto.

Dopo ancora otto minuti le natatoie si contraggono ancora, ma i movimenti del cuore sono quasi impercettibili. Dopo cinque minuti la natatoie sono accollate fra di loro e si contraggono a scatto. Dopo due minuti i movimenti si compiono sempre a scatti.

Riporto allora gli esemplari in acqua di mare pura ed essi subito compiono movimenti più vivaci, ma poi restano immoti sul fondo.

Dopo 15 minuti si nota qualche impercettibile movimento. Dopo cinquanta minuti gli animali sono fuoriusciti dal nicchio, disfatti, opachi, morti.

La vita quindi di questi esemplari nell'acqua pesante è stata molto breve, l'ambiente non è il più adatto, nonostante che il loro corpo non sia stato privato completamente di acqua.

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Esperienze con acqua pesante al 50 %.

Varii esemplari (cinque) sono stati immessi in acqua pesante al 50 £ : immediatamente ritirano le natatoie nella conchiglia ed il cuore ha movimenti impercettibili. Dopo due minuti vedo il lobo mediano del piede protrarsi in avanti ma le natatoie sono sempre ritirate neH’interno del nicchio. Dopo sette minuti le natatoie fuo¬ riescono e si contraggono con vivacità. Basta un piccolo urto della vaschetta perchè le natatoie rientrino nel nicchio e poi lentamente tentino di venir fuori.

Dopo sei minuti gli animali ridiventano torpidi e sono rien¬ trati nel nicchio.

Dopo cinque minuti li riporto in acqua di mare, ma dopo dieci minuti essi sono morti dopo aver proteso il corpo completamente fuori il nicchio.

Compio altre due serie di esperienze sempre con cinque esem¬ plari della stessa specie e noto che alcuni esemplari resistono per qualche tempo maggiore nell'acqua pesante. Difatti alcuni esemplari posti nell'acqua pesante alle 16,15 si ritirano immediatamente nella conchiglia, ma dopo cinque minuti fuoriescono agitando le natatoie. Dopo 15 minuti li riporto in acqua di mare pura ed ivi restano fermi, immoti nel fondo della vaschetta, ma dopo un' ora e venti minuti li ritrovo vivi e che agitano le natatoie con vivacità.

Nell'acqua pesante alla concentrazione al 50 % gli esemplari di Creseis acicula Rang mostrano di vivere meglio, anzi l'acqua pesante a questa concentrazione non ha danneggiato gli animali, tanto vero che, riportati in acqua di mare normale, sono vissuti bene. Non tutti gli esemplari presentano la stessa resistenza, ma ciò, s'intende dipende dalle condizioni singole degli individui tenuti in esperi¬ mento.

Esperienze compiute con miscela di acqua di mare e acqua

distillata.

Una prima serie di esperienze fu compiuta con miscela di acqua di mare ed acqua distillata in proporzione del 50%.

Gli esemplari di Creseis acicula immessi in tale miscela riti¬ rano subito il loro corpo nel nicchio trasparente. Dopo cinque minuti s’inizia la fuoriuscita della regione cefalica per uno spazio di tempo brevissimo, che subito la ritira nella conchiglia. Dopo altri

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dieci minuti trovo gli animali ancora più contratti all'interno ; ma dopo cinque minuti riprendono i movimenti, emettendo fuon del nicchio la regione cefalica che resta pure sui bordi della conchiglia. Nelle osservazioni successive noto che gli animali restano sul fondo della vasca immobili, non sono però morti, perchè il loro corpo resta trasparente e si notano lievi contrazioni del muscolo re¬ trattore. Nel giorno seguente li trovo morti.

In altra miscela formata di acqua di mare 25 parti ed acqua distillata 75 parti gli animali restano fermi sul fondo e ritirano subito la natatoie dentro il nicchio ed ivi restano presentando lievi contrazioni che presentano per qualche ora, ma poi gli ani¬ mali si vanno opacizzando e restano immoti.

Anche in acqua distillata gli animali restano in vita qualche minuto, chè subito il loro corpo diventa molle, flaccido, come del resto era da prevedersi data la facilità degli scambi osmotici fra l'ambiente esterno ed interno.

Esperienze con Cleodora piramidata L.

Esperienze con acqua pesante a 99.6 %.

Nella vaschetta contenente acqua pesante concentrata a 99.6%, metto quattro esemplari di Cleodora piramidata L. Immediatamente gli animali cadono sul fondo della vaschetta quasi paralizzati. Dopo due minuti osservo una lieve distensione della regione cefalica ma nessun movimento dalia regione alare. La conchiglia rimane traspa¬ rente. Dopo tre minuti gli animali restano sempre immoti sul fondo: li riporto in acqua di mare pura, ma non vi noto alcuna reazione, neppure gli organi interni mostrano contrazione , così pure il cuore è immoto. Dopo dieci minuti gli animali restano immoti ed il loro corpo incomincia ad opacizzarsi ; dopo altri dieci minuti il corpo è flaccido ed opaco.

L'acqua pesante a così forte concentrazione è deleteria per la Cleodora piramidata L.

Esperienze con acqua pesante a 75

Cinque esemplari messi in vaschetta contenente acqua pesante al 75% si contraggono vivacemente e dopo un minuto mettono fuori parte delle natatoie, facendole però subito rientrare nelle

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conchiglie con scatti rapidi. Dopo un minuto osservo che alcuni esemplari mettono fuori la natatoia destra e dopo un minuto quella sinistra, altri mettono fuori dopo due minuti ambedue le natatoie contemporaneamente. Quando le natatoie sono fuori ven¬ gono vivamente agitate, ma dopo otto minuti rientrano nella con¬ chiglia dove restano immote.

Dopo cinque minuti riporto due esemplari in acqua di mare. Essi si agitano subito nelPinterno del nicchio e dopo un minuto emettono le natatoie che agitano con scatti rapidi. Eccitati con ago si ritirano nella conchiglia, ma poi subito fuoriescono e si muo¬ vono con contrazioni continue. A misura che si ristabilisce l’equi- librio fra l’ambiente esterno e quello interno gli animali si mostrano sempre più vivaci.

Gli esemplari restati nell'acqua pesante al 75 % sono fermi però nell’interno della conchiglia, il loro cuore ha movimenti ritmici piuttosto vivi. Dopo qualche ora non è possibile più osservare movimento alcuno e gli animali vanno opacizzandosi, mentre quelli riportati in acqua di mare vivono ancora bene.

Nell'acqua concentrata al 75 % la Cleodora piramidata L. dun¬ que vive breve tempo, ma non bene.

Esperienze con acqua pesante 50 °/0.

Gli animali in numero di cinque messi in acqua pesante al 50 si ritirano subito nel nicchio e presentano lievi contrazioni. Dopo un minuto iniziano il tentativo per fuoruscire e dopo una serie di questi mettono fuori le natatoie agitandole fortemente. Dopo qualche minuto si ritirano nel nicchio con scatto rapido, ma poi subito fuoriescono contraendosi e muovendosi lentamente nell'am¬ biente. Eccitati con ago ritirano rapidamente le natatoie nella con¬ chiglia, però i movimenti del cuore sono regolari, ritmici, forse un accelerati. Dopo qualche minuto, quando l'ambiente è calmo, fuoriescono e nuotano come se fossero in ambiente proprio solo i movimenti sono un più lenti. Dopo cinque ore, tre esemplari son ancora vivi, che però nel giorno seguente li trovo morti.

Nell'acqua pesante a concentrazione del 50% la Cleodora pi¬ ramidata vive varie ore e mostra di adattarsi al nuovo ambiente.

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Esperienze compiute con miscela di acqua di mare e acqua distillata.

In una vaschetta contenente acqua di mare distillata in pro¬ porzioni del 50% sono messi cinque esemplari di Cieodora pira - midata . Gli animali si ritirano lentamente nel nicchio, ma poco dopo ne fuoriescono e mostrano di essersi adattati al nuovo am¬ biente, perchè nuotano, muovono le natatoie regolarmente, il cuore pulsa normalmente. Dopo un’ora però cadono sul fondo dove re¬ stano immoti e vanno opacizzandosi.

In acqua di mare al 25 % e acqua distillata 75 % alcuni esemplari vivono male. Agitano inizialmente le natatoie ma poi si ritirano nella conchiglia e restano immoti.

In acqua distillata pura alcuni esemplari restano per qualche minuto in vita, altri invece cadono sul fondo immoti.

Dalle varie esperienze si deduce che la Cieodora pir. imidata non resiste nell’ambiente con acqua pesante pura, vive poco e male in quella a concentrazione 75%, vive qualche tempo in quello a concentrazione 50

Da tutte le esperienze compiute si deduce :

1. Il mollusco gasteropodo Bittium scabrutn Olivi può vivere in acqua pesante a concentrazioni varie dal 99,6 al 50 % senza subire danni apparenti notevoli. Esso però vive poco nell' acqua pesante a concentrazione più alta. La resistenza alla vita nel nuovo am¬ biente dipende anche dalla temperatura (come la temperatura am¬ biente diventa più alta così gli animali resistono per minor numero di giorni.

2. Il mollusco gasteropodo nudibranchio Phyllirhoe bucephala Peron et Leseur vive nell'acqua pesante alla concentrazione di 99,6% per un giorno solo, mentre in quella concentrata al 75 % e 5(J% vive due giorni.

3. Lo pteropodo Creseis acicala Rang non resiste nell' acqua pesante concentrata al 99,6% in quella al 75%. Nell'acqua pesante concentrata al 50% resiste di più ma da tutto il complesso delle esperienze si nota che l'acqua pesante è alla concentrazione sud¬ detta deleteria per la specie.

4. Lo pteropodo Cieodora piramidata L. non resiste affatto

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nell’acqua pesante concentrata al 99,6% ed al 75 %. Vive varie ore e mostra una certa resistenza nell’acqua pesante concentrata al 50%.

5- Dalle varie esperienze compiute si deduce che l'acqua pesante non è tossica, ma abiotica sopratutto per la sua alta densità in confronto dell’acqua marina.

Riassunto

L'A. seguita i suoi studi sull’azione dell'acqua pesante sugli organismi. In questo lavoro studia alcuni molluschi marini. Egli trova che solamente il Bittium scabrnm Olivi piccolo mollusco gasteropodo che vive nel golfo di Napoli varii giorni in acqua pesante concentrata al 99,6% 75 % e 50%.

Gli altri molluschi come la Phyllirhoè bucephaìa Peron et Leseur ed i pteropodi Creseis acicula Ri kg e Cleodora piramidata L. resistono poco, non già perchè l’acqua pesante sia tossica, ma per la sua alla densità in confronto di quella dell’acqua di mare in cui vivono le specie scelte per le esperienze.

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BIBLIOGRAFIA

1937. ZIRPOLO G. L’acqua pesante in biologia. Riv. Fis. Mat. Se. Nat.,

Voi. IO, p. 372 e 406.

1938. Ricerche sull’azione dell’acqua pesante sugli organismi. -

1. Notizie preliminari. Boll. Soc. Nat. Napoli, Voi. 49, p. 137.

1938. 2. Ricerche sulla discomedusa Nausithoé punctata. Ìbidem ,

p. 123.

1938. 3. Azione sull'Hydra viridis. Boll. Zool., anno 9, p, 73.

1938. 4. Azione sugli elementi germinali di Paracentrotus lividus.

Ardi. Zool. ital., Voi. 25, p 437-456.

1939. 5. Azione su Nereis dumerilii. Boll. Soc. Nat., Voi. 50.

1939. 6. Ricerche su Capitella capitata. Ìbidem , Voi. 50, p. 41.

1939. 7. Ricerche sullo sviluppo delle piante. Riv. Fis. Mat. Se.

Nat., Voi. 13.

1938. Studi sulla bioluminescenza batterica. XIII. Azione dell'ac¬

qua pesante. Boll. Zool., anno 9, p. 49.

Baldassarre De Lerma

Aiuto nell'Istituto di Zoologia della R. Università di Napoli: diretto dal Prof. U. PIERANTONI

La spettrofotometria quantitativa in Biologia: metodi e problemi.

(Tornata del 25 gennaio 1940 XVIII).

Il rigoglioso sviluppo e la notevole specializzazione raggiunti negli ultimi decenni dalle discipline biologiche rendono di giorno in giorno più necessario, talvolta indispensabile, l'impiego di mezzi di indagine chimici e fisici, quando l'indirizzo morfologico si riveli non adatto od insufficiente per lo studio di molti fenomeni legati alle attività vitali degli organismi. Branche specializzate , come la istochimica, l'istofisica, l'embriologia sperimentale, la modernissima radiogenetica; rami della biologia già per stessi vastissimi, quali la microbiologia, la biochimica, la radiobiologia, investono non di rado problemi il cui studio non può essere intrapreso con successo, se non utilizzando i più recenti e talvolta delicatissimi ritrovati delle scienze fisico-chimiche.

I metodi della spettrofotometria, applicati di recente e non sempre con tecnica impeccabile nella ricerca biologica, hanno già fornito in qualche caso risultati notevoli; e più importanti sembrano destinati a procurarne in future applicazioni, che oggi possono an¬ cora apparire di non agevole realizzazione nei laboratori biologici.

Nel presente scritto vogliamo segnalare appunto e sottoporre all'attenzione dei biologi le possibilità che potrebbero avere in av¬ venire alcune tecniche della spettrofotometria, se applicate oppor¬ tunamente alla ricerca biologica. Per chiarezza espositiva si darà

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di volta in volta un rapido cenno dei fondamenti fisici su cui sono basati i vari metodi esposti; e si riferirà per incidenza, a titolo di comunicazione preliminare, su qualche risultato originale di studi tuttora in corso da parte dello scrivente.

Non è infrequente che nella valutazione di un fatto biologico possa riuscire utile la misura fotometrica di qualche forma di ener¬ gia raggiante posta in gioco nel fenomeno considerato. Tra i nu¬ merosi esempi che si potrebbero addurre al riguardo, notissimo è quello della biofotogenesi, che consiste nell'emissione da parte di molti organismi, di radiazioni luminose di varia composizione spet¬ trale e quindi di vario colore, originate da reazioni chimiche svol¬ gente nei plasmi viventi o tra sostanze da questi elaborate e ver¬ sate all'esterno. È ovvio che l’indagine del processo chimico di cui sopra non può prescindere dallo studio delle caratteristiche fisiche dell’emissione, quali l'intensità di essa, la sua estensione nello spettro e distribuzione dell’energia alle varie lunghezze d'onda. meno frequente è il fenomeno inverso, quello di una reazione biochimica provocata dàU'assorbimento e trasformazione in energia chimica, di una radiazione proveniente dall’esterno: tali il processo della fotosintesi clorofilliana, della trasformazione dell’ ergosterolo irra¬ diato con l’ultra-violetto in vitamina D, della lattoflavina in lami- latto flavina, ecc. In radiobiologia la misura qualitativa od anche quantitativa delle radiazioni è necessaria quando si voglia stu¬ diare l'azione di queste sugli organismi. La misura fotometrica viene inoltre impiegata in biochimica quando si debbano studiare com¬ posti organici contenuti in liquidi animali o vegetali e svelabili at¬ traverso le loro proprietà spettrali di assorbimento o di fluore¬ scenza.

Nei vari casi ora ricordati ci poniamo il problema dell'analisi spettrale di un'energia raggiante, analisi che a seconda delle esi¬ genze dello studio richiede la determinazione in primo luogo dei limiti entro cui è compreso lo spettro della radiazione in esame; lo studio della struttura dello spettro, cioè 1’ aspetto che questo presenta e che luogo a distinzioni tra spettri di righe, di bande e continui ; ed, eventualmente, la ricerca della legge secondo cui varia, in misura relativa od assoluta, l’intensità del flusso luminoso alle diverse lunghezze d'onda.

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Un metodo diretto di misura è quello della fotometria termo¬ elettrica che, almeno nel fondamento fisico, è piuttosto semplice : la sorgente luminosa da analizzare vien posta davanti la fenditura di un monocromatore che la risolve in radiazioni monocromatiche; queste ultime, incidendo su una termopila, vengono rivelate dalle oscillazioni della immagine luminosa proiettata, su una scala, dallo specchio di un galvanometro connesso con la termopila (v. Fig. 1).

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Fig. I . Dispositivo per la fotometria termoelettrica :

S, sorgente luminosa ; Ai, monocromatore ; V, vaschetta contenente il liquido assorbente ; G, galvanometro connesso con la termopila (da OrsTEIN, Moll, BuRGER modificata).

Il metodo può essere di qualche utilità per la sua immedia¬ tezza, nelle misure di assorbimento. In tal caso, la vaschetta con¬ tenente la sostanza assorbente - ad es. una soluzione di emoglobina, di clorofilla, o di un qualsiasi pigmento animale o vegetale - vien posta tra il monocromatore e la termopila e si leggono sulla scala le deflessioni corrispondenti ai vari raggi monocromatici prima e dopo aver attraversato la sostanza: il rapporto tra i due valori così ottenuti, la percentuale di trasmissione della sostanza alle singole radiazioni. Occorre però regolare in precedenza le oscillazioni in modo che esse siano proporzionali alle intensità dei raggi mono- aromatici incidenti sul termoelemento. L'oscillazione delFimmagine

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luminosa può anche essere registrata su una striscia di carta sen¬ sibile tenuta aderente ad una superficie cilindrica, che ruoti nor¬ malmente alla direzione di oscillazione.

Maggiore sensibilità si raggiunge sostituendo alla termopila un bolometro a vuoto in cui, come è noto, la variazione di resistenza di un sottilissimo filo metallico, provocata dal diffe¬ rente assorbimento termico delle radiazioni, fa variare l' intensità della corrente che investe il galvanometro: dispositivo che permette di estendere le misure anche verso le alte frequenze, sino ai raggi Rontgen.

Nelle misure di assorbimento non occorre tarare i dispositivi ora descritti, perchè il confronto fotometrico vien fatto ogni volta tra due intensità della medesima radiazione , prima e dopo aver attraversato la sostanza. Per contro, se si volesse procedere col metodo anzidetto, a misure di fotometria eterocroma , come ad es. nello studio della distribuzione spettrale dell’ energia di una sorgente luminosa continua di estesa composizione spettrale , oc¬ correrebbe tener conto, sia della trasmissione del monocromatore,, sia della percentuale di assorbimento della termopila, fattori que¬ sti che variano col variare della lunghezza d'onda. Il rapporto tra le oscillazioni del galvanometro corrispondenti a due differenti À non è uguale infatti al rapporto tra le intensità di queste ultime , ap¬ punto per il diverso aftievolimento subito dai raggi monocromatici ne n’attraversare le varie parti degli apparecchi. Nella pratica, piut¬ tosto che procedere alla taratura del monocromatore e della ter¬ mopila (o del bolometro), è più semplice servirsi, per il confronto, di una sorgente luminosa di cui sia nota la distribuzione dell' e~ nergia in funzione delle lunghezze d'onda. Si prestano bene le lampade ad incandescenza, con filamento di tungsteno , poste in commercio dalla casa Kipp di Delft , di cui si conosce la re¬ lazione tra l’amperaggio della corrente di alimentazione e la tem¬ peratura assoluta raggiunta dal filo; quest'ultimo dato permette di. dedurre, da speciali tabelle, la distribuzione spettrale dell' energia emessa dalla lampada nelle varie condizioni di regime. Confron¬ tando appunto, volta per volta, le oscillazioni dei galvanometro provocate, per ciascuna /., tanto dalla lampada tarata che dalla sorgente in studio, non è difficile ricavare come in quest'ultima la energia risulti distribuita in funzione delle lunghezze d’onda.

Un metodo poco diverso da quello ora descritto il metodo fotoelettrico impiega come ricettore delle radiazioni una cellula

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fotoelettrica che , per la sua grande sensibilità in determinate regioni delle spettro, si rivela sufficientemente sensibile anche per lo studio di deboli flussi luminosi (emissioni di fluorescenza). È noto che il massimo di sensibilità della cellula varia con la natura del metallo impiegato come catodo: è nel prossimo ultravioletto per il sodio, nel violetto per il potassio e nel verde, intorno a 5500 A0, per il cesio. Oltre il monocromatore per risolvere le radiazioni della sorgente in studio, il dispositivo per la fotometria fotoelettrica richiede un sistema amplificatore delle correnti svolte dalla cellula, perchè queste possano essere rivelate delle oscillazioni del galva- nometro: con lampade a tre elettrodi inserite nel circuito tra la cel¬ lula ed il galvanometro si raggiunge una elevatissima sensibilità che permette di svelare flussi luminosi debolissimi, dell' ordine di IO-6 erg. sec.

Coir impiego di un dispositivo fotoelettrico Vermeulen, Was- siNK e Reman (1) hanno studiato quantitativamente la fluorescenza di sospensioni di alghe unicellulari del genere Chlorella e di un solfobatterio : Chromatium sp.

Le tecniche sin qui descritte non hanno trovato largo impiego nei laboratori biologici, sembrano destinate a diventare di uso più generale in avvenire, perchè richiedono, come si è visto, attrez¬ zature specializzate, delicatissime e sopratutto di non facile im¬ piego.

Di più agevole realizzazione è senza dubbio il m e t o d o fo¬ tografico che si basa sulla registrazione, mediante lastra foto¬ grafica, dello spettro della sorgente, ottenuto con un apparecchio dispersivo (spettrografo o spettroscopio con camera fotografica). Questo metodo permette di risolvere, entro ampi limiti, tutte le questioni di spettrofotometria che possono interessare il biologo : dal prossimo infrorosso (sino a 2 o 3 \i) al medio ultravioletto, in-

o o

torno a 2000 A, ed ancora oltre, sino a poche centinaia di A, con opportuni accorgimenti tecnici.

L'esame qualitativo degli spettri ha già offerto alla biologia un considerevole contributo di risultati degni d' interesse. Se¬ gnaleremo in primo luogo la spettrografia di assorbimento che cronologicamente ha preceduto, nelle applicazioni alle scienze bio¬ logiche, le altre tecniche affini.

(1) Vermeulen, D. Wassink, E. C. and Reman, G. H. On thè fluorescence of photosynthesizing cells. Enzy molo già IV, 254, (1937).

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E' noto che l'assorbimento di radiazioni da parte della materia- assorbimento che se interessa in parte il dominio dello spettro vi¬ sibile, si traduce nella sensazione di colore della sostanza - è legato alla costituzione chimica della molecola assorbente ; onde non po¬ che sostanze che entrano nel chimismo della materia vivente, pos¬ sono essere rivelate attraverso lo studio dei loro spettri di assor¬ bimento. I cromoprotidi, tra cui l'emoglobina coi suoi numerosi deri vati, l'emocianina, l’emeritrina, il citocromo , svariati pigmenti di origine animale o vegetale, sono agevolmente identificabili, perchè caratterizzati da bande di assorbimento ben definite per numero e posizione nello spettro.

Notissimi ed inconfondibili sono gli spettri di assorbimento della clorofilla, in base ai quali si distinguono con sicurezza le due forme a e b di questa sostanza, estratte dalle cellule vegetali con opportuni solventi, da pigmenti simili a clorofilla (pigmenti cloro- filloidi) presenti nelle cellule di alcuni animali. Con lo studio del¬ l’assorbimento Giulotto (1) ha potuto di recente confermare l'ori¬ gine vegetale dei carotinoidi contenuti nel sangue, nelle glandole e nei bozzoli di alcune razze di baco da seta.

Nella vastissima letteratura sulle applicazioni della spettrografia di assorbimento alle più varie questioni di biologia generale e di fisiologia, l'indagine è stata rivolta esclusivamente alle regioni del visibile e dell'ultravioletto.

Ma non meno interessante, per gli indizi che si possono de¬ durre sulla formula dei composti organici, potrà essere in avvenire lo studio dell’assorbimento dei composti biochimici nell'infrarosso, tecnica questa che, applicata sistematicamente come mezzo di in¬ dagine in chimica organica soltanto da ui ventennio, ha già reso a questa scienza importanti servigi nello studio di numerosi com¬ posti. L’assorbimento infrarosso si è rivelato infatti un mezzo sen¬ sibilissimo di indagine, per rivelare e seguire le modificazioni che si possono provocare in una molecola organica con l'introduzione di gruppi funzionali, e persino per distinguere gli isomeri di un medesimo composto. La tecnica dell'infrorosso offre inoltre il van¬ taggio sulle altre analoghe, che può essere applicata anche ove si disponga di quantità tenui di sostanza, essendo sufficiente, in ge¬ nere, uno strato di liquido organico di qualche \i di spessore per

(1) Giulotto, L. Analisi spettroscopica di alcuni carotinoidi vegetali e ani¬ mali. Ardi. Zool. It. voi. XX V/l, p. 1, 1939.

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dar luogo ad un assorbimento apprezzabile. Di questa proprietà si potrebbe trarre partito in un'eventuale applicazione alla microsco¬ pia per lo studio deH'assorbimento di sostanze contenute nei tagli istologici, illuminando il preparato con raggi infrarossi: è questo il principio della microspettroscopia che, sino ad oggi, non ha dato che scarsissimi risultati, perchè si è voluto limitare le osservazioni all' assorbimento nel visibile, che come è noto è quasi del tutto trascurabile per spessori dell'ordine di quelli adottati in microscopia (v. Lison [8] p. 43). Per tutte le questioni tecniche riguardanti l'uso dell'infrosso in chimica, rimandiamo alle importanti monografie di Lecomte [6, 7], in cui sono esposti altresì sistematicamente gli studi compiuti in questo senso sui composti organici.

Passando ora ad un altro ramo della spettrografia che ha già avuto qualche applicazione in biologia, accenneremo agli studi sulla fluorescenza dei composti biochimici. Come è noto, il fenomeno della fluorescenza consiste neH’emissione di luce da parte di molte sostanze, nei tre stati di aggregazione della materia solido, li¬ quido e gassoso per eccitazione con raggi visibili ed ultravio¬ letti. L'eccitazione alla fluorescenza è provocata da radiazioni com¬ prese nella regione di assorbimento della sostanza irradiata; e poi¬ ché l'assorbimento è un fatto inerente alla struttura della molecola, s'intuisce come una analoga dipendenza debba esistere tra molecola e spettro di fluorescenza. Tuttavia, allo stato attuale delle nostre co¬ noscenze, le relazioni che intercedono tra costituzione chimica e fluorescenza, meno qualche caso meglio studiato, sono lungi dal- Tessere esaurientemente chiarite, per cui non sempre è agevole, all'esame di uno spettrogramma, definire senz'altro la natura chimica della molecola responsabile dell'emissione.

Peraltro, alcuni dati inerenti alla struttura chimica possono essere dedotti con sufficiente sicurezza dallo studio della fluore¬ scenza, quando ci si riferisca alla presenza, nella molecola, di fun¬ zioni o radicali, come -NH2, -CN, -CH3, = CO, -COOH ecc., che certamente influiscono sulle caratteristiche spettrali dell' emissione. Comunque, gli studi sulla fluorescenza acquistano maggiore atten¬ dibilità, quando i risultati vengano controllati, sempre che sia pos¬ sibile, stabilendo il confronto tra remissione del composto in istudio e quella di una sostanza di struttura chimica nota, ad esso presu¬ mibilmente affine. Dalle considerazioni svolte appare come l’analisi

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della fluorescenza dei corpi biochimici, per dare risultati degni di interesse, debba essere condotta con grande accorgimento tecnico e, sopratutto, con uno spirito critico che molto di rado è dato scor¬ gere nella copiosa letteratura apparsa suirargomento in questi ultimi anni.

Nel visibile sono abbastanza attivi come eccitatori della fluo-

o

rescenza i raggi violetti, tra 4500 e 4000 A; rendimento maggiore dànno i raggi ultravioletti, di cui la regione compresa tra 4000 e

o .

3000 A, nota sotto il nome di "luce di Wood„, viene d1 solito impiegata per eccitare la fluorescenza dei materiali organici. Si impiegano talvolta raggi di più elevata frequenza, con / infe¬ riore a 3000 A ; ma in pratica non si va al di di 2500 A, seb¬ bene in alcuni casi soltanto radiazioni di piccolissima lunghezza d’onda (200 jxu) passano essere efficaci come eccitatrici della fluo¬ rescenza, quando cioè la sostanza risulti trasparente a radiazioni di maggior lunghezza d’onda. Una recente ed accurata messa a punto sulle applicazioni della fluorescenza alla biochimica si deve a Dhéré [2], alla cui importante monografia rimandiamo per più am¬ pie notizie.

Oggi conosciamo un gran numero di sostanze organiche di importanza biologica che emettono luce per fluorescenza: i grassi, gli steroli, molte proteine naturali, i pigmenti urobiliari, le porfi¬ ree, l'adrenalina, la flavina ecc., svolgono per eccitazione con l'ul¬ travioletto, luci di vari colori di cui si cerca di analizzare gli spettri. Per registrare tali emissioni, di solito poco intense , occorre di¬ sporre di apparecchi spettrografici molto luminosi, che dànno sulla lastra spettri di piccole dimensioni lineari. Tipi di apparecchi rispon¬ denti a queste esigenze sono stati posti in commercio dalle case Fuess, Zeiss, dalla Société générale d' Optique di Parigi ecc. Dhèr , che si è occupato a lungo di fluorescenza, impiega tra gli altri un apparecchio molto luminoso a reticolo costruito dalla

o

Zeiss, che una dispersione di 71 mm tra 7509 e 3969 A.

Al Dhéré ed alla sua scuola si devono interessanti studi ba¬ sati sulle applicazioni dell'analisi di fluorescenza nelle indagini bio¬ logiche. Oltre gli studi sulla clorofilla animale e vegetale, sulle por- firine in genere e su quelle del tegumento del lombrico, sui caro¬ tinoidi ecc., vogliamo ricordare qui le recentissime ricerche dello stesso autore e della sua scuola su svariati pigmenti di batteri, quali la micoporfirina di Penlcilliopsis clavaraeformis, il phthiocol del bacillo della tubercolosi , la piocianina e la clororafina di

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B. chlororaphis. Anche da segnalare sono le indagini che si vanno compiendo, da qualche anno, sulla fluorescenza di culture di germi patogeni e di estratti di tumori maligni.

Negli studi a cui si è ora accennato si mira ad identificare la natura chimica di sostanze, di importanza biologica, attraverso l’esame del loro spettro di fluorescenza. A tal fine può ritenersi già sufficiente uno studio qualitativo degli spettrogrammi, quando remissione sia caratterizzata da uno spettro a struttura ben definita, come si riscontra nel caso della clorofilla, che presenta una stretta banda di emissione nel rosso, intorno a X 662 (clorofilla a) e 646 \i i per la b; e per alcune porfirine , come l’ezioporfirina, che in soluzione piridinica emette 15 bande nel verde giallo, rosso e nel prossimo infrarosso. Ma più spesso le emissioni per fluorescenza dei composti biochimici si risolvono in ampie bande continue, senza strutture, a limiti sfumati e quindi imperfettamente definibili al solo esame della lastra, come si fa di solito. I limiti che in tal caso si assegnano agli spettri, i massimi di intensità dell'emissione desunti direttamente dall' annerimento della lastra, non sono infatti caratteri obiettivi, cioè inerenti all’emissione lumi¬ nosa che si studia; ma esprimono nient'altro che il risultato di una rivelazione fotografica su cui interferiscono, modificando in misura più o meno considerevole il vero aspetto dello spettro, svariati fattori sperimentali. Importantissimo tra gli altri quello della di versa sensibilità delle emulsioni fotografiche alle varie radiazioni (al colore, cioè, se si tratta di luci visibili), sensibilità che varia col tipo della lastra e talvolta, sebbene entro limiti più ristretti, anche tra lastre del medesimo tipo. E' indispensabile in tal caso, per definire in maniera obiettiva il flusso luminoso, risalire dagli annerimenti della lastra, alla legge di distribuzione dell'energia nello spettro della sorgente in studio ; ed il modo più semplice di risolvere il pro¬ blema consiste nel procedere al confronto tra l’ emissione lumi¬ nosa in studio e quella di una sorgente continua, nota nelle sue caratteristiche fotometriche. In ciò consiste il fondamento della spettrofotometria fotografica quantitativa, sino ad oggi trascurata nelle applicazioni alla biologia , che, destinata come ci sembra a far progredire in avvenire le nostre conoscenze su molte questioni biochimiche, vogliamo esporre con qualche dettaglio nei particolari della tecnica di applicazione.

A mezzo di uno spettografo si fotografano sulla medesima lastra, uno sotto l'altro, lo spettro della sostanza e quelli della

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lampada di riferimento, presi questi ultimi in vari gradi di aftie¬ volimento ottenuti facendo diminuire volta per volta 1' intensità della corrente di alimentazione (1). Come sorgente di confronti) si può usare la lampada tarata a filo di tungsteno a cui si è già ac¬ cennato a proposito del metodo termoelettrico : la taratura permette di conoscere in precedenza come è distribuita nello spettro l’energia emessa dalla lampada durante le varie pose fotografiche. Sviluppata e fissata la lastra, si misurano le densità degli spettri : nella pratica basta calcolare i rapporti tra le trasparenze dei vari punti succes¬ sivi di uno spettro, percossi cioè nel senso delle lunghezze d'onde, e quella di ui.a regione non esposta della lastra. Poiché conosciamo come è distribuita l'energia negli spettri della lampada tarata, una volta fatto il calcolo delle trasparenze relative, disporremo per ciascuna X di due serie di valori : una di valori energetici, 1’ altra formata dai corrispondenti valori delle trasparenze ; queste due variabili vengono rappresentate graficamente da curve che espri¬ mono la sensibilità della lastra alle varie radiazioni. Sulle dette curve caratteristiche del tipo di lastra adoperata nella ricerca si ritrovano per interpolazione i valori dell'energia che corrispon¬ dono alle varie radiazioni monocromatiche dell'emissione luminosa che si studia.

Il metodo esposto è applicabile specialmente allo studio quan¬ titativo di spettri continui, come nel caso di emissioni per fluore¬ scenza di molte sostanze contenute nei tessuti degli organismi, nell’assorbimento di liquidi biologici e negli studi spettrofotome¬ trici sulla biofotogenesi. Per ulteriori dettagli metodologici e teorici si rimanda all'esauriente opera di Ornstein, Moll e Burger citata in bibliografia.

Il metodo descritto non ha ricevuto sino ad oggi che scarse applicazioni. Introdotto per la prima volta in biologia, in una forma poco diversa da quella ora descritta, dal Coblentz (2) che studiò

10 spettro della luce di alcuni coleotteri fotogeni, molto di recente

11 metodo fotografico è stato impiegato a Utrecht in ricerche quan¬ titative nella fotogenesi batterica e sulla fluorescenza di alcune so¬ stanze che entrano nel chimismo della respirazione cellulare (flavina ed amide dell'acido nicotinico) (3).

(1) Che però deve essere tenuta rigorosamente costante durante ciascuna espo¬ sizione.

(2) Coblentz W. W. A physical study of thè Fire-Fly. Cam. Instit. Wash (D.C.) N. 164. 1912.

(3) Eymers, C. J. and van Schouwenburg, K. L. On thè luminescence of Bacteria. Enzymologia, voi. I, p. 107] voi. Ili, p, 235.

- 27

Con tecnica analoga, lavorando nell’istituto fisico di Utrecht, ho studiato, la legge di distribuzione energetica nello spettro di Bacillus Pierantonii e B. sepiae, che è la medesima nelle due specie.

c

Fig. 2. - A, Spettri di batteri luminosi ( B . sepiae) e della lampada tarata ;

B, microfotom rtrie degli spettri e, i, j, /, m, n, della lampada tarata;

C, microfotometria dello spettro g dei batteri luminosi (orig.)

(v. spiegaz. nel testo, pag. 28).

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Potrà essere utile, come esempio di applicazione del metodo su esposto allo studio di un problema biologico, descrivere il pro¬ cedimento seguito per la determinazione sperimentale della detta legge Fotografati sulla medesima lastra gli spettri della luce bat-

Fig. 3. - Curva di sensibilità della lastra (Agfa isochrom) la trasparenza relativa della lastra è espressa in funzione del

a l = 4800 A (orig.).

logaritmo delle intensità.

terica, in tre diversi gradi di esposizione, e quelli della lampada tarata (Fig. 2 A), vengono utilizzati di questi ultimi quelli segna ì con le lettere e, i, j, k, l, m. Le microfotometrie relative a. _ detti spettri e a quello batterico della lettera g, sono riprodotti rispet¬ tivamente nelle Fig. 2 B e C. Ci proponiamo ora di determinare il valore dell'intensità luminosa nello spettro batterico, in una uni a arbitraria, ad una data lunghezza d'onda, ad es. a À - 4800 1

calcolano le trasparenze percentuali degli spettri a a

detta À, alle quali corrispondono i valori in intensità forniti dalla taratura della lampada. I dati, raccolti nel seguente specchietto:

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indicazione dello spettro

amperaggio

corrispondente

trasparenza relativa %

intensità-

e

11,4

8

120

i

11

25

80

j

10,6

36,6

61,3

k

10,2

53

42,6

1

9,8

62,5

31

m

9,4

76

18,6

vengono tradotti graficamente nella curva caratteristica della lastra! a X 4800 A (Fig. 3). Essendo la trasparenza relativa dello spettro in istudio (quella della luce batterica) del 34%, si ricava agevol-

Fig. 4. - Legge della distribuzione dell’energia nello spettro della luce batterica (orig.).

mente dalla curva caratteristica il corrispondente valore deir inten- tensità che si aggira intorno a 60-62. In modo analogo si procede per altre lunghezze d'onda ad intervalli di 5 a 50 A, a seconda

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del grido di precisione che si vuol raggiungere e si raccordano i punti così determinati con una curva continua che esprime ap¬ punto la legge ricercata (Fig. 4).

Prima di chiudere questo scritto vogliamo accennare ad una recentissima tecnica, che applica alla microscopia lo studio dei fe¬ nomeni di fluorescenza. II preparato da osservare al microscopio viene illuminato con raggi ultravioletti emessi da una sorgente continua o da una lampada ad arco, come quella di Haitinger.

Apparecchi speciali per lo studio dei fenomeni di fluorescenza al microscopio sono stati costruiti dalle case Zeiss e Reichert. Come raggi eccitatori si possono anche impiegare, ma con minore ren¬ dimento energetico, quelli visibili dell’azzurro-violetto, ottenuti fil¬ trando la luce di una comune lampadina ad incandescenza con un opportuno filtro colorato ; in tal caso si presta per l'osservazione qualunque microscopio, anche con condensatore di vetro (Vialli) (1). Per l’allestimento dei preparati è da preferire, quando è possibile, l’esame a fresco di materiali dissociati al microscopio con aghi di vetro oppure tagliati col microtomo congelatore. Soltanto in tal modo si è sicuri di non provocare nel tessuto reazioni chimiche che possono annullare o modificare la fluorescenza primaria di molte sostanze. Alcuni autori consigliano come fissatore il formolo in sol. acquosa (rapida fissazione) o allo stato di vapore, ed in¬ cludono il pezzo in paraffina secondo la tecnica ordinaria. È ovvio che occorre evitare nelle varie manipolazioni l'uso di liquidi per stessi fluorescenti, come l'albumina glicerinata od il balsamo del Canadà per l’allestimento dei tagli.

La microfluoroscopia si propone di indagare sulla natura chi¬ mica delle sostanze contenute nelle cellule e negli spazi intercel¬ lulari, attraverso le loro proprietà di fluorescenza. La maggior parte delle osservazioni compiute sino ad oggi, si basano su apprezza¬ menti soggettivi dei colori di fluorescenza che, per eccitamento coi raggi ultravioletti, le sostanze fotosensibili offrono all'esame oculare; ma è ovvio che tali valutazioni possono acquistare valore probativo soltanto se si opera per confronto con sostanze a fluorescenza ca¬ ratteristica, chimicamente conosciute e che si ritengono identiche

(1) Viaili M. Lo studio istologico delle fluorescenze primarie eccitate con luce visibile. Boll. Soc. Ist. Biol, Sper. XV, 246, 1940.

od affini a quelle in esame. Così Salfi (1) ha potuto confermare la natura chitinosa della membrana peritrofica del mesointestino degli Ortotteri, dopo accurato esame comparativo con le tuniche, di na¬ tura indubbiamente chitinosa , del prò e post-intestino della me¬ desima specie. Fluorescenze abbastanza caratteristiche da poter fornire buoni indizi al semplice esame diretto all'oculare del mi¬ croscopio , presentano i composti porf'rinici , su cui sono stati compiuti interessanti studi di localizzazione istologica (Derrier, Turchini). I cloroplasti delle cellule vegetali rilucono con vivace fluorescenza rossa, dovuta al loro contenuto in pigmento clorofil¬ liano; i carotinoidi presentano fluorescenza debolmente rossastra ecc.

L'esame microfluoroscopico permette altresì di seguire nei tessuti, studiandone le localizzazioni, il percorso di sostanze fluo¬ rescenti sperimentalmente introdotte nell' organismo. In tal modo si può indagare sul meccanismo di azione di alcune sostanze me¬ dicamentose fluorescenti, introdotte nell'organismo a scopo tera¬ peutico. L'esculina ad es., adoperata per curare alcune affezioni del sistema venoso, si ritrova nel connettivo sottostante all'intima dei vasi sanguigni (Joseph). Carnot, Coquoin e Turchini hanno se¬ guito il percorso in vari organi, di sostanze fluorescenti quali l'eri- trosina, l’acriflavina, alcuni salicilati ed il bromoidrato di chinino. Da ricordare sono anche i recenti studi di Hartoch sulle localiz¬ zazioni istologiche della tripaflavina e quelli di Jancso, applicati alla microbiologia, sulla localizzazione alla superficie dei bleforo- plasti dei tripanosomi, di alcuni derivati dell'acridina.

La luce di Wood impiegata in microscopia per illuminare i tagli istologici, provoca di solito nei diversi elementi tissulari di questi , emissioni di luci differentemente colorate, che possono dar luogo a precisi rilievi topografici. Si prestano particolarmente bene per questo tipo di osservazioni, i tagli di materiali vegetali, come giovani fusticini erbacei, sezioni di semi ecc. Una rassegna delle osservazioni compiute in proposito, con riferimenti ampi alla tecnica di applicazione, è esposta nel recente volume dell'HAiTiNGER.

L'osservazione diretta al microscopio dei colori di fluorescenza, si è dianzi osservato, può fornire indizi di qualche attendibilità sulla natura chimica delle sostanze in pochi casi, ormai divenuti classici (pigmenti porfirinici e clorofilliani), e quando si operi per

(I) Salfi M. La membrana peritrofica osservata con la luce di Wood. Boll. Zool., N. 3-4, 1937.

32 -

di più in condizioni di rigorosa comparazione con sostanze di confronto. Occorre, cioè, conoscere in precedenza, sia pure con- qualche approssimazione, la natura chimica della sostanza di cui si vuole ricercare la localizzazione nel tessuto ; onde il metodo può essere di qualche utilità in osservazioni di controllo, sulla presenza o meno, nel tessuto, di una data sostanza. In linea di massima giova insistere sul fatto che l'apprezzamento cromatico della fluo¬ rescenza definisce in maniera piuttosto vaga la natura chimica del corpo luminescente, quando non sia di per incerto come rilievo sperimentale, atteso il notevole contenuto soggettivo che è nella valutazione di alcuni colori. Non sono infrequenti nella let¬ teratura apparsa molto abbondante sull'argomento, descrizioni piut¬ tosto... pittoriche di vivaci effetti policromi osservati al microscopio, con delicate distinzioni tra toni di tinte volgenti persino al bleu ed al violetto, alle quali l’occhio umano è poco sensibile; giustamente osserva Andant [1], rifesendosi al cattivo uso invalso ancora oggi di adoperare questa imprecisa terminologia in chimica organica on peut se demander comment un observateur, si bien exercé fùt-il, peut arrìver à des différentiations aussi subtiles de lumières entremement faibles, et celà dans une région du spectre (l’autore si riferisce appunto aH'azzurro-violetto) qui est loin d'ètre celle du maximum de sensibilité de l'oeil

Le osservazioni compiute in tal senso sugli organi dell’uomo su cui Hamferl (1), ha pubblicato di recente una esauriente messa a punto a parte l’interesse di indole topografica che possono suscitare in considerazioni sulle possibilità di definire , attraverso l'esame microfluoroscopico, i rapporti che intercedono tra i vari ele¬ menti tissulari di un organo, con una evidenza talvolta maggiore di quanto non consentano gli ordinari metodi di colorazione, non of¬ frono che un modestissimo e molto vago contributo alle conoscenze sulla biochimica degli organi stessi. S’ intuisce come in indagini del genere, soltanto Io studio accurato delle caratteristiche spettrali del corpo fluorescente potrebbe far progredire utilmente le nostre co¬ noscenze ; e non sono mancati al riguardo tentativi di applicazioni al microscopio di dispositivi spettroscopici o spettrografici per la registrazione degli spettri. Vogliamo segnalare qui, come le sole ri¬

ti) Hampekl H. Die Fluorescenz mikroskopie menschlicher Gewebe. Virchows Ardi., 292 , (1934), I.

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cerche compiute in questo senso, quelle di Borst e Konigsdòrf- fer (1) sulla biochimica delle porfirine, in condizioni normali e patologiche dell'organismo umano.

Perchè il metodo ora delineato possa in avvenire contribuire con efficacia alle indagini istochimiche, occorrono ulteriori perfe¬ zionamenti tecnici, legati sopratutto alla necessità di realizzare pre¬ cise localizzazioni in senso isto— citologico», attesa la dimensione estremamente ridotta (molte volte pochi micron) che possono pre¬ sentare le particelle fluorescenti in istudio. si dovrebbe prescin¬ dere, in ricerche di indole così delicata, da una valutazione preli¬ minare di ordine chimico-fisico sui fenomeni di adsorbimento e di imbibizione che senza dubbio si verificano, in seno alla materia vivente, tra corpuscoli figurati endocellulari, di cui si studia la fluorescenza, e sostanze liquide, talvolta fluorescenti, come glucidi, alcoloidi ecc., che imbevono i plasmi. Tali fenomeni possono dar luogo a modificazioni più o meno profonde delle caratteristiche fotometriche del flusso luminoso emesso dalla materia di cui è costituito il corpuscolo , per il sovrapporsi ad esso, talvolta, di uno spettro di fluorescenza emessa dalle sostanze adsorbite. Si com¬ prende quindi come sia necessaria l'applicazione dei metodi quan¬ titativi, di cui alle pagine precedenti, nello studio degli spettri ot¬ tenuti al microscopio, se si vogliono conseguire risultati di qualche valore probativo.

In vista di queste nuove esigenze, da qualche tempo ci oc¬ cupiamo, in collaborazione col Dr. Ugo Moncharmont, delle pos¬ sibilità applicative alla microscopia della spettografia di fluorescenza.

Il metodo che, per i principi fisici su cui è basato, andrebbe definito come una cito fluorospettro grafia quantitativa , potrà realiz¬ zare a nostro avviso un sensibile progresso sulle ordinarie tecniche istochimiche perchè consente di condurre l'indagine direttamente su materiali freschi o tagliati col microtomo congelatore, non sottoposti cioè a quelle azioni preliminari di agenti fissativi che, anche nel caso dei cosidetti liquidi indifferenti come il formolo e l’alcool, alterano sempre in misura più o meno profonda la compagine chimico-fisica dei costituenti cellulari.

(1) Borst M. u. Kònigsdòrffer H. Untersuchungen ùber Porpliyrie mit be- «onderer BerucksiChtigung der Porphyria congenita. S. tiirzel Leipzig 1929.

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In uno scritto di prossima pubblicazione daremo dettagliate notizie tecniche sui dispositivi sperimentali, e preciseremo ulterior¬ mente le possibilità applicative del metodo nell'ambito della ricerca istochimica.

Riassunto.

L' A. descrive i moderni motodi della spettrofotometria che possono trovare utile applicazioni nello studio di questioni biologiche. Riferisce inoltre su ricerche personali sulla fotogenesi batterica; e delinea un nuovo metodo di indagine spet¬ trofotometrica, applicabile alla microscopia la citofluorospettrografia quantita¬ tiva che potrà portare contributi nello studio di molti problemi istochimici.

OPERE CONSULTATE

[1| 1936. Andant, A. Spectres de fluorescences in : Grignard-Traitè de chimie organique. Tome II, p. 295, Paris.

[2] 1937. Dhéré, Ch. La fluorescence en biochimie. Les Presses universii.

de Frane e, Paris.

[3] La fluorescence en microbiologie. Schweiz. Med. Wochr. Jahrg., 68.

[4] 1934. Haitinger, M. Die Methoden der Fluorescenzmikroskopie in :

Abderhaldens Handbuch d. Biolog. Ar b e its methoden. Abt. II. T. 2.

[5] 1938. Fluorescenz-mikroskopie (i lire Anwendung in der Histologie

und Cliemie). Akademische Verlagsgesellschajt, Leipzig.

» [6] 1928. Lecomte, J. Le spectre infrarouge. Les presses universit. de Frane e, Paris.

[7 1936. Spectres dans Finirarouge. in: Grignard-Traitè de Chimie

organique, T. Il, p. 143, Paris.

(81 1936. Lison, L. Histochimie animale. Ciauthier - Villars, Paris.

[9] 1934. Ornstein, L. S. Quantitative methods of spectrophotometry. Atti ì congr. intera. Elettro-radio-biologia. Voi. I, p. 605, Venezia.

[10] 1932. Ornstein, L. S.; Moll, W. J. H.; Burger, H. C. Objective Spek-

tralphotometrie. Vieweg, Braunschweig.

[11] 1928. Pringsheim, P Fluorescenz und phosphorescenz. Berlin.

[12] 1936. Ramart-Lucas, P. Structure des molécules et spectres d'absorption

(spectres dans Fultra-violet et spectres dans le visible), in: Grignard- Traitè de chimie organique, T. il, p. 59, Paris.

Dott. Francesco Iovene

L’acqua termale attivatrice dello sviluppo dei vegetali.

(Tornata dell’ 11 giugno 1940 XVIII),

Con lo sviluppo sempre più crescente dell' automobilismo e dell'industria della gomma e del caucciù si é resa assillante una soluzione autarchica di questo prodotto.

Il caucciù è ricavato dal lattice di diverse piante appartenenti alle famiglie euforbLcee, rnoracee. Esse vegetano in terreni bassi ed umidi di regioni molto calde ; ed i principali paesi di produ¬ zione : Brasile, Congo Belga, Giava, Ceylon, Penisola di Malacca, Borneo, Celebes, si trovano sull'Equatore. Questo ambiente indusse gl’inglesi nel 1893 a distribuire dei semi nel Ceylon e nella Ma¬ lesia, per cui essi posseggono, attualmente, piantagioni che danno il 93 % della produzione mondiale, soppiantando così il caucciù della foresta.

La Hevea brasiliensis è appunto 1’ euforbiacea coltivata dagli Inglesi. Il suo lattice ha un tenore del 32-40% in caucciù.

L'è seconda una moracea : Ficus elastica spesso coltivata da noi in vasi per ornamento. Ne ho conosciuto un esemplare che conta quarant’anni di vita. Fu portato ad Ischia 37 anni or sono e vegetò in una botticella di legno sino al 1910; epoca in cui fu trapiantata in un cortiletto di un palazzo a due piani ove rimase fino al 1933 senza raggiungere i tre metri di altezza. Da questo cortile fu trapiantata in un orto ed in sette anni ha raggiunto una altezza di più di otto metri con una chioma di sette metri di dia¬ metro e con un tronco che misura ottanta centimetri di perimetro.

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Qual'è stata la causa di questo veloce sviluppo rispetto all’altro così lento dei ventitré anni passati nel cortile ?

Non si può negare che nel cortile se la mancanza dei raggi diretti del sole, rendeva gramo lo sviluppo generale, avrebbe do¬ vuto avvantaggiare la crescita in altezza. Questo mancato sviluppo in altezza fa supporre che nell'orto, ove la pianta è stata trapian¬ tata abbia trovato uno speciale fattore favorevole. Il Ficus , difatti, è piantato in un terreno in cui alla profondità di poco più di due metri affiora una falda d’acqua calda 28°.

Il caso lo trovo degno di rilievo.

Questa risorsa biologica potrebbe essere molto utile ed im¬ portante per i problemi autarchici italiani : risolverebbe l'assillante problema del caucciù in breve tempo.

Difatti diverse zone dell’Isola d’ Ischia potrebbero divenire verdi e lussureggianti coltivazioni di piante dal prezioso lattice : tutti gli orti d'Ischia e l’attuale vigna del celebre Pontano, la piana di Porto d'Ischia, diverse zonette di Casamicciola, la pianura di Lacco e di San Montano, le zone di Citara e dello Scendone, le regioni della Guardiola e di Fumerie in Panza. soltanto Ischia sarebbe a concorrere per questa autarchia ma anche la zona Flegrea che nel sottosuolo gode, in parte, delle medesime condizioni idro termiche isclane.

L’esperimento è fatto sul Ficus elastica , però si sa che la pianta di maggior rendimento è YHevea brasiliensis che richiede le medesime condizioni climatiche. 11 vantaggio dell' Hevea sul Ficus è che mentre questa permette la incisione ogni tre anni, in quella si possono praticare in ogni stagione ed in numero di cin quanta e più con una produzione di litri 2750 di lattice per ogni 150 piante. Tale produzione, in media, rende kg. 920 di materia prima. Dando a ciascuna pianta un’area vegetativa di 60 mq. in un ettaro potrebbero vegetare 166 esemplari e con 12650 ettari di piantagione l'Italia raggiungerebbe l'autarchia in questo prodotto.

A tal fine propongo, a scopo di esperimento, accanto al Ficus una piantagione di Hevea bransiliensis per poi coltivarla in più larga scala e raggiungere il piano autarchico in questo ramo,

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RIASSUNTO

L'A. attraverso lo sviluppo di un Ficus elastica mette in rilievo l’efficacia di una falda d’acqua termale nello sviluppo dei vegetali.

Propone di sfruttare questa risorsa biologica ai fini autarchici della produ¬ zione del caucciù.

BIBLIOGRAFIA

1935. TRECCANI - Enciclopedia.

A. BRUNO Elementi di Merceologia. Lib Editr. F. Perrella S. A., Napoli.

IDott. Giorgio Costantino

Un insetto parassita delia Feijoa sellowiana Brrc; Il Labidostomis taxicornis Fabr.

(Tornata del 23 aprile 1940-XVIII),

Alla fine del mese di aprile del 1938 su piante di Feijoa sel¬ lowiana Berg coltivate presso la R. Stazione Sperimentale di Frut¬ ticoltura e di Agrumicoltura di Acireale, comparvero individui a- dulti di Labidostomis taxicornis Fabr., che aumentarono di numero fino al maggio successivo. Alla fine di questo mese però gli insetti scomparvero totalmente nello spazio di pochissimi giorni.

Essendo stato molto occupato in lavori che assorbivano gran parte del mio tempo, non potei effettuare che poche e sommarie osservazioni sull'insetto che per la prima volta notavo sulla Feijoa.

Mi dovetti pertanto limitare a raccogliere alcuni esemplari di ambo i sessi del Crisomelide che preparai per le collezioni ento¬ mologiche della su detta R. Stazione Sperimentale e dell' annesso R. Osservatorio Regionale di Fitopatologia, ed a registrare poche osservazioni sui costumi dell'adulto vivente a spese dell'anzidetta pianta ospite.

Più tardi, giacché la presenza del Labidostomis sulla Feijoa aveva già richiamato la mia attenzione, volli ricercare fra la biblio¬ grafia relativa alla pianta ed a quella sul Coleottero, se questo in¬ setto fosse stato mai indicato quale parassita della bella Mirtacea subtropicale.

Dalle diligenti ricerche bibliografiche effettuate mi resultò che la Feijoa sellowiana Berg ha, nei diversi Paesi in cui essa è colti-

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vata, pochissimi parassiti sia vegetali che animali, e che tra questi ultimi non figura il Labidostomis taxicornis.

Infatti per citare qualche Autore, il Popenoe (14) scrive: " The plant is attacked by few insect pests. The black scale ( Sais - setta oleae Bernard) is thè principal enemy which has been noted. No fungous parasites bave yet become troublesome Ed il Ca¬ sella (4) asserisce che " La pianta può essere attaccata dalla Sais - setta oleae (Bern.), che non arreca, però, danni evidenti,,.

André (1), Bartlett (2), Borzi’ (3), De Cillis (5), De Grego rio (6), Dybowskt (7), Fenzi (8), Hitier(9), Molon (10), Pirotta (11), Popenoe (12) e (13), Savastano (15), Traverso (16), e Ugolini (17) non accennano a parassiti animali o vegetali della Feijoa.

In oltre sei anni di osservazioni entomologiche condotte nel Podere della R. Stazione Sperimentale di Frutticoltura e di Agru¬ micoltura di Acireale, dove sono coltivati una trentina di esemplari adulti di Feijoa io non avevo mai osservato parassiti di sorta sulla pianta, ad eccezione della Ceratitis capitata Wied. che attacca for¬ temente i sugosi squisiti frutti.

Le notizie bibliografiche raccolte e le osservazioni da me di¬ rettamente compiute sul Labidostomis taxicornis (1) confermano che questo Crisomelide allo stato adulto è esclusivamente fitofago e vive a spese delle foglie e dei germogli appena sbocciati di diverse piante arbustive ed arboree, sulle quali però si rinviene sporadi¬ camente. Si rinviene, talvolta in associazioni numerose, sulla vite (Targioni-Tozzetti, Mayet, De Stefani, Prestianni, Costantino, ecc.), sul Salix purpurea di cui riduce le foglie alle sole nervature (De Stefani), sul S. viminalis e sul S. caprea, nonché sulle giovani querce (Vitale in litteris , Mayet) nutrendosi a spese degli amenti fioriti e dei germogli teneri, sul Rubus, sul pistaschio (De Ste¬ fani (2), Prestianni, Costantino), sul lentisco (De Bertolini, Minà Palumbo), su specie del gen. Rurnex , ecc.

La presenza del Labidostomis taxicornis in Sicilia risale a molti anni. Secondo il Compianto Luigioni (in litteris) però non si trat¬

ti) Por la bibliografia relativa al Labidostomis taxicornis Fabr. vedi : Co¬ stantino G. - Degli insetti parassiti della Rosa e di un Coleottero: Labidostomis taxicornis Fabr., dannoso ai fiori. Atti della Accademia Gioenia di Scienze Naturali in Catania - Serie 6. Voi. 4, 1940.

{>) De Stefani T. Piante da essenze ed insetti. Rivista italiana delle Essenze e dei Profumi. Anno VII , n. 8, p. 99-100 , agosto 1925.

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terebbe della specie tipica, ma della v. sardoa Jacobson, razza siciliana e sarda, perchè la tipica taxicornis , che è di statura più grande, non esisterebbe in Sicilia. Lo stesso Autore, infatti, nel suo " Catalogo indica il Labidostomis taxicornis presente " in tutta Italia, Elba, Corsica e Malta „, mentre per la Sicilia e la Sardegna la v. sardoa Jacob.

Vitale (in litt.) invece conferma la mia diagnosi, asserendo che la v. sardoa Jacob, è differente, giusta la descrizione dello stesso Jacobson, dagli esemplari da me trovati nel 1936 e 1937 sulla vite in Sicilia. Infatti tenendo presenti la descrizione della v. sardoa dello Jacobson ed i caratteri del taxicornis , non v'ha dubbio che si tratti realmente di quest'ultima specie.

De Bertolini (1872) sotto il nome di Clythra taxicornis indica il Crisomelide presente in Lombardia, Sardegna e Sicilia ; Targioni- Tozzetti (1884) cita Y invio fatto alla R. Stazione di Entomo¬ logia Agraria di Firenze, in data 23 aprile - 10 maggio 1879, dal Sindaco di Spaccaforno (prov. di Siracusa) di alcuni insetti dannosi alla vite, tra cui egli identificò il Labidostomis taxicornis Fabr. Nel 1914 De Stefani segnalò il Labidostomis presente in alcuni vigneti della Sicilia ed in tale numero da suscitare l'allarme di qualche proprietario: l'infestazione però scomparve dopo pochi giorni ed il predetto Autore la ritenne " un caso puramente ec¬ cezionale „. Nello stesso anno Prestianni trovò l'insetto « nume¬ roso e frequente, specialmente nei vigneti in provincia di Agri¬ gento, il quale però scomparve di a pochi giorni, dopo di avere rosicchiato un certo uumero di foglie dell' Ampelidea. Lo stesso Prestianni affermò di avere avuto anche occasione di notare altre volte il Labidostomis sul pistacchio.

Dal 1914 fino al 1936 non si ebbe più alcuna notizia del Labidostomis in Sicilia, pare sia stata notata la sua presenza nei vigneti ; in quest'ultimo anno l’insetto fu accusato di arrecar danni alle viti in provincia di Siracusa e nel 1937 fu da me osser¬ vata una forte infestazione, pure sulla vite, in provincia di Catania (1).

Alla fine dell'aprile 1938 notai il Coleottero in Acireale su piante di Feijoa sellowiana Berg, come ho in precedenza riferito. L'infestazione scomparve alla fine del mese successivo, ma molte

(1) Costantino Q. Un insetto dannoso alla vite : il Labidostomis taxicornis Fabricius, ecc. Boll. n. 67 R. Staz. Sper. di Frutt. e Agrumicoltura. Acireale , 1937,

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foglie della Mirtacea rimasero più o meno estesamente deturpate dalle rosicchiature dell'insetto.

Il Labidostomis ricomparve l'anno scorso (1939), alla fine di aprile, in numero notevole sulle stesse piante di Feijoa e circa un mese più tardi, il 23 maggio, fu da me notato sulle rose (1).

Il numero degli insetti adulti andò aumentando, sia sulla Feijoa che sulle rose, fino alla prima decade di giugno, poi l'infestazione scomparve quasi improvvisamente, talché il 20 giugno non si no¬ tava più neppure un esemplare del Crisomelide sulla Feijoa sulle rose.

Nel corso dell’infestazione ho potuto compiere alcune osser¬ vazioni sull’attività del Labidostomis, che qui riferisco.

Gli adulti di ambo i sessi generalmente stazionano sulle piante ospiti sia di giorno che di notte ; al mattino è facile catturarli di¬ sponendo sotto le piante che li albergano un collettore qualsiasi (una tenda, un lenzuolo, un ombrello aperto e rovesciato, un largo imbuto, ecc.), e scuotendo quindi la chioma.

Appena toccati, sia pure leggermente, si lasciano cadere dalla pianta facendo il morto per alcun tempo, dopo si rialzano e ri prendono a camminare per portarsi sulle piante.

Non sono buoni volatori, ma possono, con relativa facilità, spostarsi da una pianta ad un'altra più o meno vicina, compiendo voli relativamente brevi.

Sulle piante infestate si nota che il numero delle femmine pre¬ vale generalmente su quello dei maschi: i due sessi sono rap¬ presentati, all'incirca, dal 60% di femmine e dal 40% di maschi.

L'accoppiamento avviene sulle stesse piante nutrici, soprattutto durante le belle giornate, e prevalentemente nelle ore antimeridiane, dalle 8 alle 11 circa.

La deposizione delle ova (almeno per quanto riguarda la Feijoa) avviene sulla pagina inferiore delle foglie, e le ova stesse vengono disposte a mucchietti, similmente a quanto si osserva per la generalità dei Crisomelidi.

L'ovo è di forma ovale, di colore giallo , lungo in inedia mm. 0,8536-0,91 14 e largo min, 0,4278-0,4650.

(1) Costantino Q. (1. c.).

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Lo sviluppo embrionale si compie (nei casi da me osservati in Acireale dal 25 maggio al 3 giugno) in circa 10-13 giorni.

La larva appena sgusciata dall’ovo è di color miele, con le appendici del capo e del torace giallo-paglia, ed è lunga mm. 1,2009- 1,2276 e larga mm. 0,3906 circa.

L’adulto 9 (Fig. I, 2) ha il corpo circa il doppio più lungo che largo (lungo circa 9-10 mm., largo circa mm. 4,75), di forma subcilindrica, ed il colore, compreso quello delle appendici del capo e del torace, è azzurro con riflessi metallici ; le elitre invece sono di colore vitellino tendente all’ocraceo, e ciascuna di esse è fornita di tre distinte strie longitudinali parallele.

Fig. I. Labidostomis taxicornis, adulto :

I, maschio; 2, femmina (ingr. poco più di 2 1/2 volte. Originale).

Il capo è più stretto del corsaletto e questo è largo quasi quanto le elitre, convesso, rugoso. Le mandibole sono bene svi¬ luppate, prominenti e ricurve indietro ; le antenne, serrulate, sono composte di 11 articoli, i quali dal quarto all'ultimo hanno l’aspetto grossolano dei denti di una sega.

Le elitre sono oblunghe, ricoprenti intieramente l'addome; le zampe bene sviluppate, le anteriori più lunghe e più robuste delle altre due paia.

Il c? (Fig. I, 1) ha il corpo poco più di due volte più lungo che largo (lungo circa 12-13 mm. e largo circa 5-6 mm.). Il colore del corpo e delle appendici del capo e del torace è uguale a quello della femmina ; invece il capo ed il corsaletto sono di colore verde-azzurrognolo con riflessi metallici nell'insetto a fresco; nel-

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l'insetto morto invece il colore appare soltanto azzurrognolo. Le elitre sono, come nella femmina, di colore vitellino tendente all'o¬ craceo, e fornite, ciascuna di esse, di tre strie longitudinali parallele.

Il capo è alquanto più stretto del corsaletto ; questo è largo poco meno di una volta e mezza il capo (capo largo circa mm. 3,5, corsaletto largo mm. 5), ed è alquanto più stretto delle elitre,

Fig. II. Rametto di Feijoa con foglie rosicchiate dal Labidoslomis. (Foto originale).

convesso, rugoso, a margini lisci alquanto arcuati. E’ fornito di mandibole bene sviluppate prominenti e ricurve , di antenne ser¬ riate composte di 1J articoli dei quali dal 4.° all'l l.° hanno, come nella femmina, l'aspetto grossolano dei denti di una sega. La lun¬ ghezza delle antenne è poco più di una volta e mezza quella delle

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antenne della 9 ed inoltre i singoli articoli sono più larghi che quelli dell’altro sesso.

Fig. III. - Rametto di Feijoa con foglie attaccate dal Labidostomis. (Foto originale).

Le elitre sono oblunghe, ricoprenti intieramente l’addome ; le zampe bene sviluppate : le anteriori molto più lunghe e più robuste delle mediane e delle posteriori (la loro lunghezza può raggiungere circa 13 millimetri in un esemplare lungo mm. 13 a largo mm. 5,5).

Le tibie delle zampe anteriori sono arcuate, mentre quelle delle corrispondenti zampe della 9 sono diritte.

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*

* *

Ho stimato opportuno con la presente nota segnalare la pre¬ senza del Labidostomis taxicornis Fabr. sulla Feijoa sellowiana Berg osservata per due anni consecutivi in Acireale, sebbene l' insetto non abbia danneggiato le piante in modo ed entità tali da giusti¬ ficare una qualsiasi preoccupazione, non ostante che le piante in¬ festate essendo a foglie persistenti conservino le foglie in parte corrose che in certo modo guastano l'aspetto del grazioso arbusto.

Bisogna per altro considerare che il Labidostomis taxicornis ha un istinto alquanto vagabondo che lo porta a cambiare fre quentemente di stazione, soprattutto allorché in una data località non trovi piante nutrici adatte alle sue esigenze tiofiche. Allora è capace di adattarsi temporaneamente su altre essenze, per tornare, appena possibile, guidato dall'istinto, alle sue piante preferite che abbiamo sopra passato in rassegna.

Per tali motivi non credo che, almeno allo stato attuale, il Labidostomis sia da considerare un parassita temibile della bella ornamentale ed utile Mirtacea subtropicale.

Dalla R. Stazione Sperimentale di Frutticoltura e di Agrumicoltura di Acireale, 29 marzo 1940-XVIII.

RIASSUNTO.

L’ A. espone i resultati di alcune osservazioni condotte in Acireale (Sicilia) sul Labidostomis taxicornis Fabr., per la prima volta trovato sulla Feijoa sel¬ lowiana Berg di cui l’insetto adulto attacca le foglie.

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PUBBLICAZIONI CONSULTATE.

(1) 1898. André, E. Un nouvel arbre fruilier : Feijoa sellowiana. - Revuè

H ortìcole, p 264-65, con tav. col.

(2) 1910. Bartlett, A. C. Feijoa sellowiana. - The Qardeners' Chronicle.

Voi. XLVI/l, HI ser., p. 249.

(3) 1921. Borzì, A. Le possibili coltivazioni fruttifere subtropicali. Atti congr.

Arboricoltura Meridionale, p. 49.

(4) 1926. Casella, D. La Feijoa sellowiana (Berg.). - Osservazioni e iiterche

sperimentali. Annali del R. Istit. Sup. Agrario di Portici, p. 87-110 1 XII figg.

(5) 1921. De Cillis, E. Cinque anni di sperimentazione agraria in T ri polita-

nia. Agricolt. colon., anno XV, n. 6, p. 319.

(6) 1906. De Gregorio, A. Sulla Feijoa sellowiana (var. Laevigata). Nuovi

Annali di Agricolt. Siciliana. Voi. XVI , p. 55-56.

(7) 1902. Dybowski, J. Traité pratique de cultures tropicales. 7. /, p. 514-515.

Paris.

(8) 1916. Fenzi, O. Frutti tropicali e semitropicali (esclusi gli agrumi), con

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(9) 1913. Hitier, H. Le Feijoa sellowiana. -Journal. Agric. pratique, 77e

année, 2 seni. n. s., T. 26, p. 603-604.

(10) 1918. Molon, G L'orticoltura americana. Pagg. 154-155, Milano.

(11) 1901. Pirotta, R. Sempre sulla Feijoa. Bull. R. Scc. Toscana Orticoli.,

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(12) 1909. Popenoe, F. W. - Feijoa sellowiana in Southern Calitornia. - The

Gardeners' Chronicle. Voi. XLV1. 3 ser., p. 309-310.

(13) 1912. Feijoa sellowiana : Its hystory, culture and varietis.- Po/nona

Coll. Journ. Econ. Boi., Voi. Il, n. I. February.

(14) 1920. Manual of tropical and subtropical fruits. P. 292-299. New

York.

(15) 1926. Savastano, G. La coltivazione della Feijoa, Berg nella frutticol¬

tura subtropicale siciliana. - Annali R. Staz. Speriment. Agrumicoltura e Frutticoltura. Voi. Vili, p. 41-56, 2 tav., 4 Jig. Acireale.

(16) 1928. Traverso, O. Botanica orticola. Pag. 954-955. Tip. Mario Ponzio,

Pavia.

(17) 1900. Ugolini, G. La Feijoa sellowiana. - Bull. R. Soc. Toscana, Ortic.,

Anno XXV, pp. 362-363.

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Dott. Salvatore Boenzì

Su alcuni avanzi di Cetacei fossili della prò vincia di Matera.

(Tornata dell' 11 giugno 1940— XVIII).

La presenza dei cetacei fossili nelPItalia Meridionale fu, già in precedenza, segnalata nelle interessanti pubblicazioni di autorevoli studiosi, e fra gli altri dal Neviani, dal Cappellini, dal Sequenza, però, per quanto io sappia, ad eccezione delle brevi osservazioni fatte in un’ antica nota dal Di Poggio, il quale si limita semplice- mente a dire che esistono resti riferibili ad una Balenottera consi¬ stenti in avanzi imperfettissimi, più o meno frantumati, nessun altro ha preso a trattare delle forme dei cetacei fossili nella provincia di Matera, la quale offre buone occasioni per simili studi. Mi pare pertanto non del tutto inutile esporre i risultati di un attento esame che ho potuto recentemente compiere su tali forme.

Avanzi di vari organismi fossili affiorano, come è noto , con frequenza alla superficie del tufo calcareo, sviluppato nei dintorni di Matera. La roccia è molto friabile, si scalfisce facilmente con l’unghia, ha un colorito bianco roseo, talvolta grigio pallido, essa è un impasto di minutissima sabbia e conchiglie in frantumi. 11 Mayer, che, per il primo, ebbe occasione di osservarlo ed esami¬ narlo, lo battezzò col nome di tufo materino.

Per un lungo tratto esso si estende per i dintorni di quella città e, con una potenza più o meno variabile da punto a punto, sovrasta i compatti strati calcarei, dando all’ambiente l’aspetto di campagna arida e brulla, attecchendovi solo il muschio e qualche rara epatica. In qualche punto esso si presenta anche sovrapposto

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ad un conglomerato calcareo, ove si notano spesso meandri pro¬ fondi e sinuosi determinatisi dalle erosione delle acque di infiltra¬ zione. La grotta dei Pipistrelli ne è un esempio tipico.

Fra gli avanzi fossili, che in esso furono rinvenuti, sono fre¬ quenti molte conchiglie di brachiopodi, lamellibranchi e gastero¬ podi, di cui il Sarra ed il Di Poggio riportano le seguenti specie-, Terebratula ampulla, T. sinuosa , Tra la pubescens , Murex bron¬ ci aris, Nassa clathrata) Fusus rostratus, Vola iacobea, Pecten oper- cularis , Cardium edule , Venus verrucosa , Ostrea edulis , Cerin thium cristatum. Venus cincta , Lucina sp., Diplodonta dilatata , Pinna sp., Poladomia sp., Helix sp., Conus sp., Turitella sp., Non mancano inoltre fra i cirripedi il Balanus concavus : fra i pe¬ sci numerosi denti, ma più raramente avanzi di costole, frammenti di mascelle e corpi di vertebre di cetacei, ed infine molti altri frammenti di ossa di altri mammiferi vari.

Una piccola collezione di questi fossili è conservata nel R. Museo " Domenico Ridola di Matera, ma avanzi per lo più in pessimo stato di conservazione.

La mia permanenza in Matera, avendomi offerta V occassione di prendere visione diretta di tale collezione, mi ha permesso di dare una descrizione, per quanto possibile precisa , di parecchi avanzi frammentari di tali cetacei, che col nome generico di My- stacocetus, erano catalogati ed indicati. Essi furono anche segna¬ lati in calce alla nota del Topa a proposito dei mammiferi nel pleistocene bruzio-lucano.

Riservandomi di ampliare in seguito tali ricerche e darne più amplie e dettagliate illustrazioni rivolgo un vivo ringramento alla Sig. Dott. Eleonora Bronno Direttrice del Museo, la quale mi fu prodiga di gentilezze e di ospitalità.

I fossili da me presi in esame sono una quarantina. Essi fu¬ rono rinvenuti nelle cave di tufo di Matera, e precisamente alcuni sono provenienti dalla Tufara Tarantina altri dalla cava della Chiesa della Palomba ed altri infine, dalla " Cava del signor Plasmati in contrada Cappuccini.

In massima parte trattasi di avanzi di costole, pezzi frammen¬ tari di mascelle, di vertebre, appartenenti a varie regioni del corpo un frammento di testa di femore, due frammentari pezzi di arti anteriori, un avanzo probabilmente di scapola, e vari altri residui di ossa indeterminabili.

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Il materiale, come già in precedenza ho fatto notare, è in condizioni pessime sia per lo stato di frammentarietà, sia per la incostrazione del tufo che riveste e cementa fortemente gli avanzi. Pur tuttavia un minuzioso confronto con gli scheletri di esemplari attuali, conservati nell'Istituto di Anatomia Comparata di Napoli, con gli avanzi del Museo Paleontologico di Napoli e con le illu¬ strazioni fornite per questi mammiferi dai principali autori (De Blanville, Qervais, e Van Beneden), mi è riuscito identificare i seguenti pezzi :

N5 8 Pezzi di vertebre appartenenti a regioni varie della colonna vertebrale ;

1 Premascellare (molto frammentario) ;

1 Testa di omero ;

1 Pezzo frammentario di scapola ;

Pezzi vari.

1) Vertebre (big. 1 a, 1 bt 2 a, 2 b, 3 a, 3 b, 4 a).

Tutte le vertebre che si conservano sono sempre frammenta¬ rie e molto incomplete ; ridotte per lo più a corpi vertebrali con le apofisi spinose più o meno distrutte : ciò che non impedisce peraltro di riconoscere i caratteri del solco del canale rachidiano. Delle apofisi trasverse sono restati brevi monconi, i quali permet¬ tono qualche volta di precisare la regione di cui la vertebra faceva parte. In alcune la superficie è molto erosa e gli angoli arroton¬ dati e guasti per il continuo rotolamento del pezzo e per lo sfre¬ gamento contro le sabbie e le ghiaiuzze del sedimento, spesso an¬ che la forma originaria è poco riconoscibile.

In seguito ad un accurato esame comparativo di questi avanzi con gli analoghi resti scheletrici di esemplari attuali conservati nel Museo di Anatomia Comparata di Napoli, mi è parso che non tutti siano da attribuirsi alla medesima specie.

I primi pezzi Fig. 2 a, 2 b, 3 b, da me presi in esame sono due corpi di vertebre tagliati a metà, i quali furono recentemente rinve¬ nuti nella cava di tufo del Sig. Plasmati, in contrada Capuccini presso Matera. Essi presentano la caratteristica forma cilindrica, la lunghezza o diametro antero-posteriore varia da m. 0,16 in uno, a m. 0,17 nell’altro; inoltre il diametro delle facce è differente nella stessa vertebra, per la prima il diametro della faccia anteriore è di m. 0,14 quello posteriore dr m. 0,12, per la seconda si hanno le se-

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queliti misure : faccia anteriore m. 0,15 posteriore m. 0,13. La su¬ perficie di queste facce è liscia, pianeggiante , con impercettibili ondulazioni concentriche, fra cui una tende ad essere più accen¬ tuata. 1 margini periferici, arrotondati e leggermente svasati, hanno subito delle superficiali abrasioni. Per quanto questi pezzi siano tagliati a metà pur è facile individuare il canale neurale limitato da un lato da una breve cresta, residuo di una radice di peduncolo vertebrale che limitava, insieme con quello scomparso, lateralmente il foro.

Fig. 1 a

Fig. 1 b.

In tale residuo di peduncolo è facile vedere una leggera incli¬ nazione in avanti, inclinazione che si accentuava nello sviluppo delTapofisi spinosa. I monconi di apofisi trasverse, presenti in am¬ bedue i pezzi, sono tendenti in basso. Tali vertebre nelle loro forme, nelle loro caratteristiche e presso a poco nelle loro dimensioni sono molto somiglianti alle vertebre lombari della Balaenoptera rostrata.

Notevole è poi un altro intiero corpo di vertebra, Fig 3 a, 4 a, proveniente dalla "tufara,, detta "tarantina,,, distante pochi chilometri da quella precedente. Questo pezzo manca completamente di apofisi,

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e la mancanza non va attribuita a rottura o scomparsa , ma alla natura stessa della vertebra. Essa infatti offre maggiori affinità nella forma e nelle proporzioni del corpo con l’esemplare di Balaeno- ptera rostrata conservata nel Museo di Anatomia Comparata di Napoli. Presenta una forma ellissoidale con accentuato schiaccia¬ mento laterale. Sulla faccia dorsale di questa vertebra si osserva un leggero solco, largo m. 0,03, che era ripieno di arenaria calcarea e presenta lungo il suo percorso due piccoli forellini che si appro fondiscono nell'interno. Al lato opposto, cioè sulla faccia ventrale, si osserva pure una forte depressione selliforme, limitata lateral¬ mente da due gibbosità di sottile spessore; una di tali gibbosità è scomparsa, mentre sulla faccia interna dell'altra si osserva un foro leggermente ovale che trapassa nell’altra faccia. Quivi si vede un breve solco, quasi continuazione del foro, il quale , percorrendo metà della superfic;e laterale del corpo, si immette in un altro foro per ritornare a sboccare fuori dopo aver percorso un tratto di circa 0,04 m. Il lato opposto a questo è fortemente eroso e quindi non permette di fare alcuna constatazione. Osservazioni analoghe possono essere fatte sulle vertebre codali della Balaenoptera ro¬ strata dei mari attuali.

Un altro corpo intiero di vertebra ugualmente proveniente dalla tufara tarantina, è in tale stato di avanzata erosione da appa¬ rire come un grosso pezzo di tufo sagomato a quel modo. Ad ogni modo è sempre possibile osservare ai due lati i frammenti delle apofisi trasverse, che dovevano essere molto robuste e sviluppate. La misura del diametro antero-posteriore raggiunge m. 0,13 e se teniamo presente la logorazione delle facce la dimensione originaria doveva essere ancora maggiore. Il diametro trasverso misura m. 0,19.

Il foro rachidiano è limitato dai residui dei due peduncoli ver¬ tebrali, ed in corrispondenza dei margni di questi misura m. 0,07. Quantunque non perfettamente conservata, la forma e le dimensioni approssimative dell'avanzo possono, con ogni probabilità, fare ascri¬ vere tale vertebra alla specie Mlst icoceta, almeno dalle misure ri¬ scontrate negli esemplari attuali.

Ancora alla stessa specie pare che vada attribuita un'altra ver¬ tebra, però di dimensioni più piccole (vedi Figura 1 b), Infatti in eguito ad un accurato confronto essa avvicina molto per la forma e le dimensioni alle vertebre codali della Balaena mysticetus. Il diametro antero-posteriore misura m. 0,09, mentre il diametro tra

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sverso raggiunge i centimetri 12. I frammenti di apofisi trasverse, che sono rimasti, sono molto robusti ed in sezione hanno una forma ellittica. A differenza delle precedenti vertebre, in cui le apofisi tra¬ sverse erano, leggermente inclinate in basso, qui esse^sono in posi¬ zioni evidentemente orizzontali, in modo che potrebbero formare angoli di 90° con un asse abbassato ortogonalmente sulla vertebra. Identiche posizioni presentano le apofisi trasverse degli esemplari viventi. Intanto va pure notata, nella faccia opposta al canale neu- rale, una sporgenza che a forma di cresta percorre longitudinal-

Fig. 2 a Fig. 2 b

mente tutta la faccia, raggiungendo il massimo di emergenza nella regione mediana. Il canale rachidiano , limitato lateralmente dai monconi delle radici dei peduncoli vertebrali, è sufficientemente lar¬ go, misurando ai margini dei peduncoli m. 0, 045, ed a differenza delle altre vertebre ha la superficie del canale pianeggiante e non concava, anzi si potrebbe dire che forma angoli di 90° con la fac¬ cia interna del peduncolo. Infine, osservando le facce anteriore e posteriore del corpo, si nota che sono uniformi e pianeggianti, a margini debolmente arrotondati.

Notevole è ancora un altro corpo di vertebra (Fig. 1 a) il quale, considerato nelle sue diverse parti, presenta alcune partico-

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larità che meritano essere segnalate. Infatti esso si allontana molto, per la forma deirunica aoofisi conservata, essendo 1’ altra andata distrutta, dalle altre vertebre finora descritte. Per quanto si può giudicare dal frammentario moncone, è possibile osservare che, a breve distanza dalla base l'apofisi si fa sempre più sottile e diventa quasi tondeggiante, poi si torce dolcemente dall’esterno verso l'in¬ terno e tende quindi a svilupparsi in avanti descrivendo un arco ben accentrato.

La forma del corpo è cilindrica e la superficie liscia, di co¬ lorito quasi bianco, incrostata e logorata in prossimità del lato rotto. Il diametro antero-posteriore misura m. 0,16.

Fig. 3 a Fig. 3 b

Intanto, sebbene tutte le caratteristiche che offre tale esem¬ plare siano sufficienti a poter permetterci di ascriverlo con ogni probabilità al genere Balenottera, per la esatta corrispondenza che esso ha con le prime vertebre dorsali degli esemplari viventi, po¬ tremmo dirlo spettante a questa regione, pur tuttavia mancano particolarità adatte per una sicura diagnosi specifica.

Alla regione cervicale credo debba attribuirsi il corpo di una altra piccola vertebra non in condizioni migliori delle altre finora de¬ scritte. La lunghezza del diametro antero-posteriorè è molto più

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breve che nelle altre, misurando m. 0,055, vi è traccia di una sola apofisi trasversa ove è facile osservare una spiccata tendenza di sviluppo postero-anteriore. La faccia anteriore è leggermente con¬ vessa, mentre quella posteriore ha una concavità appena accen¬ nata.

Anche per questa vertebra non trovo particolarità sufficienti a diagnosticare la specie.

Esiste infine un’ultima vertebra che, credo, debba attribuirsi al genere Delphinus\ infatti istituendo confronti con vertebre codaii del D Iphinus globiceps del Museo di Anatomia comparata appaiono stretti rapporti di somiglianza (Fig. 4 b ).

11 diametro antero-posteriore misura m. 0,08, quello trasverso tn. 0,07. Dalla emergenza dell’ unico breve moncone dell’ apofisi tra versa la cui sezione è elicoidale, è facile giudicare che essa doveva molto svilupparsi in senso orizzontale.

Il colorito è grigio-cenere e la superficie presenta leggeri rugosità e qualche volta accenni di minuscoli forellini, fra i quali qualcuno è molto evidente ed accentuato. Verso 1’ estremità del margine inferiore esiste una fossetta poco profonda, appena ovale, e al fondo di essa si trova anche un altro foro.

Le facce anteriore e posteriore sono leggermente rigonfie al centro e con margini svasati ed arrotondati.

E’ questo l'unico esemplare il quale presenta caratteri che sono tutti compresi in quelli dati come distintivi dei delfinoidi, e quindi credo che possa con ogni probabilità ascriversi alla regione codale di un delfino.

2) Premascellare.

Credo che facciano parte di un solo osso e precisamente del premascellare, tre pezzi frammentari e distaccati l'uno dall' altro : uno, quello che costituiva la regione estrema di esso, era fortemente cementato, insieme con altri pezzi, in un masso di tufo. Per quan¬ to siano distaccati ed i margini di rottura non combacianti rego¬ larmente fra loro, tuttavia, disposto l'uno in continuazione dell'altro essi contribuiscono notevolmente a dare la forma e lo sviluppo della curvatura caratteristica dei premascellari di balena. Lungo la superficie si osservano leggere abrasioni e screpolature poco pro¬ fonde , mancanza assoluta di un qualunque foro che potesse dare indizio di supposizione di fori mentonieri. Va notato poi che

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mentre in superficie l'osso è molto nero e resistente alle scalfitture alTinterno, la porzione spugnosa si rompe con facilità con le unghie.

Per quanto riguarda le dimensioni e proporzioni relative, non è possibile dare una misura esatta della lunghezza , per la man¬ canza dell’estremità posteriore del pezzo ed anche perchè come ho già fatto notare, le linee di rottura non sono esattamente com- bacianti. Comunque, disposti i pezzi uno dietro Paltro e seguendo la curva che si sviluppa lungo il margine esterno, si ha una lun¬ ghezza approssimata di m. 1,50, seguendo poi il margine della curvatura interna si ha una lunghezza di m. 1,28; il raggio di cur-

Fig. 4 a Fig. 4 b Fig. 4 c

vatura, cioè la distanza tra il margine interno e la linea retta che va dai due estremi, è di m. 0,16. Misurata poi l’altezza dei singoli pezzi, essa va sensibilmente diminuendo: nel primo misura m. 0,27, nel secondo m. 0 17, l'estremità dell’ultimo pezzo e di m. 0,05.

Inoltre il primo pezzo è notevolmente schiacciato, e ciò forse potrebbe anche attribuirsi alle notevoli pressioni a cui fu sottopo¬ sto. Altri avanzi, anche probabilmente riferibili a pezzi di mascelle e di costole, sono cementati e sepolti entro un blocco di tufo , e fra essi si osserva pure un condilo articolare,

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La forma e le dimensioni di questi avanzi ci permettono di considerarli come resti di balena, ma la loro dislogazione e fram¬ mentarietà non consentono di poter precisare con esatezza la specie.

3) Costole (Fig. 5).

Cinque notevoli porzioni di coste, sconvolte ed accavalcate le une sopra le altre, si vedono cementate entro un potente masso di tufo proveniente dalla cava La Palomba presso Matera. Altri pezzi, pur facenti parte della cassa toracica, furono rinvenuti ed isolati e sono ora conservati in uno stato molto frammentario, non tale però che riesce impossibile osservare la forma in sezione e la

Fig. 5.

leggera curvatura della quale è impossibile precisare il raggio. Ho rilevato i valori della larghezza, i quali sono variabilissimi: la mi¬ sura va dagli 8 ai 10 e 15 cm. Anche la forma è molto differente nei vari pezzi; infatti viste in sezioni alcune sono nettamente circo¬ lari, altre ellittiche, altre infine hanno il margine interno qu’si ta¬ gliente. E' facile che ale differenza di forma dipenda dalla regione occupata dalle costole. La superficie in tutte è di un colorito bianco sporco, nell’interno esso diventa piuttosto roseo. Anche per quanto riguarda la consistenza, esiste una differenza tra la porzione esterna

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che è liscia, dura e compatta, e quella interna, che è rugosa, spu¬ gnosa e poco resistente. Parecchi pezzi furono manomessi e sono stati poi restaurati e saldati con gesso.

Per gli altri pezzi appresso elencati non è possibile aggiun¬ gere oltre alla denominazione alcun altro particolare. La testa ar¬ ticolare di femore (Fig. 4 c) ha superficie scabra e rugosa , se¬ misferica, ha un diametro di m. 0,10 è incastrata in un pezzo di tufo col quale fa corpo. E' proveniente dalla cava La Palomba presso Matera.

Da un lato si osserva una leggera depressione che dovrebbe continuarsi in una gibbosità (faccetta articolare) ma la corrosione ha distrutta tale porzione. E’ facile vedere in qualche punto , per la erosione avanzata, le areole del tessuto spugnoso.

Un pezzo di scapola, molto incompleto, mostra solo il mar¬ gine superiore leggermente convesso ed un margine laterale ten¬ dente ad inclinarsi in basso; anche di tale scapola credo faccia parte un pezzo dell'acromion.

Concludendo lo studio degli esemplari illustrati nella presente nota ci permette di stabilire con relativa esattezza la posizione siste¬ matica di essi. La mancanza completa in tutte le vertebre esaminate delle apofisi spinose, la dislocazione e frammentarietà dei pezzi, non consentono peraltro la possibilità di uni diagnosi specifica precisa. Resta però dimostrato che vi sono rappresentate specie diverse.

Esistono infatti fra essi non solo rappresentanti del gen. My- sotacocetus bensì pure rappresentanti della Balaenoptera rostrata e del Delphinus sp. non tenendo conto degli altri pezzi, per i quali la minutissima frammentarietà ha reso impossibile una qualunque determinazione.

Possiamo perciò aggiungere per la prima volta, alle regioni dell’Italia meridionale, nelle quali era stata segnalata la presenza dei cetacei, ancora la regione Lucana che ha ugualmente conser¬ vato i resti dei grossi mammiferi vissuti nel suo mare pliocenico ed oggi inglobati con gli altri fossili nel caratteristico tufo calcareo dei dintorni di Matera.

R. Istituto di Paleantologia Napoli.

RIASSUNTO

L’A. illustra alcuni avanzi fossili rinvenuti nel tufo calcareo del materano e conservati nel R. Museo D. Ridola » di Matera.

Essi sono per la maggior parte riferibili a regioni varie della colonna vertebrale, a costole ed a premoscellari di Balenottere ; non mancano pezzi riferibili a Delphinus sp. ed altri numerosi frammenti indetermi¬ nabili.

Si giunge alla conclusione che anche la Lucania va elencata fra quelle regioni che conservano resti di manufatti pliocenici.

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Prof. Francesco Castaldi

Osservazioni morfologiche sulle coste setten trionali della Sardegna (Porto Torres).

(Tornata dell’ 11 giugno 1940 - XVII).

ILle terrarum mihi praeter omnes angulus ridet .... (Hor ).

Le coste settentrionali della Sardegna, tra Capo del Falcone, di fronte all' Asinara, e Castel Sardo, si presentano ora basse e dunose, ora alte ed a picco. Precisamente fra Stintino e P. Torres sono basse e sabbiose con frequenti formazioni di dune e stagni costieri, quali quello di Casaraccio a S di Stintino e quello di Pilo, a metà dell'arco costiero. Da P. Torres e Castel Sardo, invece, la costa, per le prime tre miglia, è alta ed a picco , quindi bassa e sabbiosa, con una successione di dune coperte di radi cespugli fino a Punta Pedras de Fogu, vale a dire per tutta 1* estensione della marina di Sorso ; mancano acquitrini, oggi in via di bo¬ nifica; infine nelFultimo tratto, cioè fino a Castel Sardo, è rocciosa ed elevata, per ritornare nuovamente bassa , malarica e sabbiosa poco dopo Punta Scala de lu Fraddi, ove prende il nome di Campo de Coghinas. Geologicamente tutto questo arco costiero è di scarso interesse: si tratta dei sottili arenili, a cui si aggiunge materiale alluvionale del Quaternario, con elementi frammisti di molasse e calcari grossolani del Cenozoico, trasportati dalle alluvioni dal re¬ trostante deposito del Sassarese.

Più oltre invece, e propriamente da Punta Tramontana fino a Punta Scala de lu Fraddi, la costa alta assume per alcuni tratti

6

66 -

forma di falese viva, nella estesa e potente formazione trachitica (lipariti, trachiti, andesiti, tufi, brecce eruttive, ecc.), che costituisce in Sardegna, oltre piccoli lembi, tre isole comprese fra differenti orizzonti geologici. A queste possiamo attribuire quasi tutta T An glona, la parte meridionale del Logudoro, a S. di Alghero, fino a Tresnuraghes in Pianargia e ad E fino a Monte Traesso; per ultima la zona orientale della Campeda, tra Ozieri, Bolotani e Bonorva.

Dopo Punta Scala de lu Fraddi, il tratto di coste fino ad Isola Rossa, ritorna di natura alluvionale recente, mancano sabbie depositate dal mare.

Fig. 1. - Tratto di costa Fra Porto Torres e S. Gavino.

In una mia recente escursione in Sardegna ho avuto modo di esaminare da vicino tutta la falcatura costiera descritta ed ho os¬ servato, cosa che manca nelle carte geologighe della regione , in alcuni tratti, nelle immediate adiacenze di Porto Torres, fin oltre la Punta di S. Gavino a mare, (Fig. 1) resistenza della panchina quaternaria. Questa è composta, oltre che di arenarie marine , di una specie di conglomerato cementato, che assume, vorrei quasi dire, aspetto di puddinga, formato da ciottoli arrotondati e da nu-

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merose conchiglie per lo più bivalvi, delle quali è rimasta ade¬ rente alla roccia, anzi a costituirla per limitati tratti , una valva sola (Fig. 2). Di tale panchina, che ho riscontrato anche nei pressi

Fig. 2. - Avanzi della panchina (Neg. Castaldi).

di Castel Sardo, fa cenno il Vardabasso (1) solo per quest'ultimo tratto, e non per il tratto precedente. Egli la ritiene parte del piano tirrenico, di cui trova tracce in sedimenti sollevati solo di pochi metri sul livello del mare nel Golfo di Cagliari, nel Golfo di Oristano, appena emersi nella rada di Alghero, e infine portati a

(1) Vardabasso S. Guida delle escursioni attraverso la Sardegna, in Atti XII Congr. Geogr. Ital., Estratto, Cagliari, 1934, p. 188.

- 6S

parecchie decine di metri, come si può notare alla Argentiera,, nella Nurra (1).

Tale ineguaglianza di sollevamento sarebbe (2) "segno evidente- di un movimento oscillatorio ineguale secondo il diverso assesta¬ mento dei singoli frammenti del massiccio „. Infatti resistenza della panchina composta di banchi di arenarie e conglomerati con im¬ pasto di conchiglie di regione a clima più caldo sta a testimoniare- l’ultima e molto limitata invasione del mare, che subì il massiccio

Fig. 3. - Un tratto della prima terrazza (Neg. Castaldi).

sardo-corso, dopo il sollevamento plio- plistocenico. Tuttavia il movimento oscillatorio ineguale, a cui accenna il Vardabasso, si di¬ mostra ancora in atto, come ho potuto direttamente constatare, con i ritrovamenti di due terrazze marine lungo il predetto tratto di costa, da Porto Torres a S. Gavino. Infatti è facile osservare la formazione di un'ampia e lunga terrazza con la massima elevazio¬ ne ad E ed a S, vale a dire lungo la costa (Fig. 3) ove la parete,,

(1) Vardabasso S. Op. cit. , p. 13.

(2) 1. c.

ò9

«che scende a strapiombo sul mare, raggiunge un'altezza variabile da due a tre metri. Sovrastante alla terrazza si osserva un ampio mantello di materiale alluvionale, di elementi argillosi e non ce¬ mentati, attraversato da strati di ciottoli di varia grandezza, più o meno arrotondati e smussati agli angoli daU’alluvionamento stesso <(Fig. 4). Questa coltre superficiale si solleva sempre più con dolce

Fig. 4. - Coltre alluvionale sovrastante alla panchina (Neg. Castaldi).

pendio fino a raccordarsi con le propaggini settentrionali di M. Ferrizza. Dinanzi a questa terrazza si distende un’altra formazione terrazzata, emergente dal livello marino soltanto nel periodo di bassa

(1) Bisogna aver presente che in questo tratto di costa le variazioni di maree .alle sizigie raggiungono i cm. 23.

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marea (1) (Fig. 5). La prima terrazza precipita su questa seconda più bassa con una scarpata ripida.

Fig. 5. - Un tratto della seconda terrazza (Neg. Castaldi).

E’ interessante osservare Fazione abrasiva, che il mare ha eser¬ citato sulla prima terrazza. Questa è profondamente incisa, in al¬ cuni tratti smantellata al punto tale che l'acqua raggiunge l'attuale linea di costa, dove il materiale alluvionale sovrasta la panchina, formando piccole falcature, con depositi di limitati arenili (Fig. ó). Di conseguenza, in questi tratti, la terrazza è spezzettata in grossi blocchi emergenti dal mare, isolati gli uni dagli altri, con pareti ripide da tutti i lati. In altre parti, dove la terrazza presenta con¬ tinuità di superficie, che si estende per alcune centinaia di metri, l’abrasione ha incisi dei canali stretti , quasi paralleli alla linea di costa, con pareti ripide e parallele tra di loro; in altri tratti ha formato una specie di ai chi simili a quelli che si osservano nei calcari e dovuti al fenomeno carsico : in altri ancora ha sca¬ vato grotte. Su tutta la superficie continua della terrazza, si nota la tappezzatura di numerosissimi fori di litodomi, più o meno profondi e larghi, fori che si osservano anche lungo le pareti della

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panchina, fin dove queste sono a contatto con la coltre alluvio¬ nale sovrastante (Figg. 7 e 8). Inoltre, e sempre sulla superficie delle terrazze, appaiono forme abrasive circolari, simili ai pozzetti

Fig. 6. - Falcatura con arenile (Neg. Castaldi).

verticali (Fig. 9 e 10) da me descritti nei tufi di Posillipo (Napoli) e in alcuni tratti del calcare che costituisce la impalcatura della Penisola sorrentina (1). Le dimensioni di questi pozzetti verticali, che ci ricordano le marmitte dei giganti, sono variabilissime : da

(I) Castaldi F. Marmitte dei giganti nei tufi di Posillipo, in * Gli Abissi,, I, (1937), 1; Idem. Pozzetti di erosione marina ed altre forme stilla costa della Pen. Sorrentina, in Riv. Fis Matem. e Scienze Natur.,, XIII, S. 2a (1938). Vedi ivi bibliografia.

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Fig. 7. - Fori di litodomi sulla superficie superiore della terrazza

(Neg. Castaldi).

Fig. 8. - Fori di litodomi sulle pareti della terrazza (Neg. Castaldi).

pochi centimetri ad oltre un metro di diametro, anche la profon¬ dità è varia; tali pozzetti si possono pure osservare sulla seconda formazione terrazzata più bassa, appena emergente dal livello ma¬

rino. Il punto di contatto fra la terrazza e la panchina è costituito un angolo retto, vale a dire la panchina precipita con parete verticale. Così pure la terrazza precipita sulla seconda a mo' di falese viva. Sulla parete verticale della panchina si possono notare, oltre i predetti fori litodomici, numerose incisioni a forma di nicchia o di cavernetta, che rivelano razione abrasiva del mare (Fig. 11).

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Fig. 10. - Pozzetti verticali e fori di litodomi (Neg. Castaldi;.

Fig. 11. - Nicchiette di abrasione (Neg. Castaldi).

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Da questo complesso di osservazioni si può desumere quanto segue :

1°) La terrazza addossata alla panchina è di origine qua¬ ternaria, perchè formata dal materiale stesso della panchina.

2°) Dopo il movimento di emersione, che portò la terrazza al di sopra del livello del mare, ebbe luogo un nuovo movimento di immersione, come è possibile constatare dai numerosi fori di litodomi, che tappezzano la superficie della terrazza , e da quelli che si trovano lungo le pareti della panchina , dove questa cade perpendicolarmente sulla terrazza stessa, e fino al punto di con¬ tatto con la coltre alluvionale. Inoltre tale immersione è ancora

Fig. 12. - Raccordo ad angolo retto della panchina con la terrazza

(Neg. Castaldi).

comprovata dalle marmitte dei giganti sulle superficie della terrazza e pertanto lontane dalle battigia. Altra riprova è offerta dalla forma per così dire, di falese, che ha assunta la panchina, dove questa sovrasta alla terrazza. Infine, durante tale periodo di immersione, si sono formati ai piedi della parete verticale della panchina , che si raccorda ad angolo retto con la terrazza (Fig. 12), piccole anfrattuosità a nicchia, che denotano Fazione meccanica del mare,

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che oggi è ben lontano, in questo punto può essere raggiunto dai frangenti per la superficie elevata della terrazza stessa.

3) I fori di litodomi e le marmitte dei giganti, come pure le nicchie dovute all'abrasione, si debbono attribuire a questo movimento d'immersione, come è dato desumere dallo stato di spez¬ zettamento in cui si trova attualmente, in alcuni tratti, la terrazza, per opera dell'abrasione, che l'ha ridotta a blocchi isolati. Tale in¬ tensa azione erosiva del mare (1) non ha potuto agire nel periodo attuale, cioè dopo la definitiva emersione, ma nel periodo interme¬ dio tra la prima emersione e la immersione successiva. Infatti, dove la terrazza è staccata dalla panchina, perchè ridotta in .grandi blocchi distinti l'uno dall’altro, si osserva non solo lungo la parete di di¬ stacco della panchina stessa, ma lungo le pareti di questi blocchi, che guardano la panchina, numerosi fori di litodomi, disposti a varia altezza, fino a raggiungere la superficie orizzontale superiore dei blocchi. Ora tali fori sono stati scavati, come è verisimite, solo in un momento successivo di immersione, data la loro ubicazione, cioè dopo che la terrazza si è distaccata dalla panchina ed è stata ridotta in blocchi distinti. Questo periodo di immersione ha dovuto durare per parecchio tempo, altrimenti non sapremmo spiegarci fori tanto pro¬ fondi, pozzetti verticali di considerevole diametro e di profon¬ dità, in alcuni casi, , superiore al metro. In ultimo, sulla parete ver¬ ticale della terrazza prospiciente al mare, nei pressi dell'attuale co¬ lonia marina, si può osservare una specie di arco, dovuto natu¬ ralmente all’ebrasione: quest'arco permette all'acqua del mare di poter penetrare in una specie di sprofondamento di forma irrego¬ larmente circolare, che oggi vagamente si può rassomigliare ad un pozzo (2). Però la terrazza nella prossimità dell'orlo superiore di que¬ sto pozzo presenta delle sporgenze, che richiamano alla mente resi¬ stenza di una volta oggi crollata. Si tratta indubbiamente di una grotta marina, scavata dall'azione meccanica dell’acqua, nel periodo

(1) I violenti marosi sono provocati da forti venti del IV quadrante, la cui azione erosiva è accresciuta dalla notevole risacca. Anche quelli del I quadrante, meno frequenti, sollevano mare grosso e producono anch’essi notevole risecca.

(2) Forma analoga, ma dovute alla fusione di una grotta marina con una dolina, che, approfondendosi, ha funzionato da trapano, si osserva all'estremità delle propaggini di Monte Lombone (Gaeta). Cfr. Castaldi F. , Il pozzo dei diavolo sulle pendici meridionali di M. Lombone nel territorio di Gaeta, in Riv. Fis. Mat. e Se. Nat. IX, n. 7 (1935)

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della prima emersione, la cui volta venne meno durante la immer¬ sione successiva, sia per il peso dell'acqua stessa, sia per l’azione meccanica dei frangenti, sia, infine, perchè indebolita, dai fori dei litodoni, o meglio da qualche pozzo verticale, di dimensioni consi¬ derevoli, che esercitò opera di trapano.

4°) A questo predetto momento di immersione successe quel¬ lo di emersione, che è ancora in atto, come denota la seconda terrazza, che appena fuoriesce dalla liquida superfice.

Quest'ultima emersione si verificò in due tempi distinti: nel pri¬ mo, la costa emerse per circa 1,40, poi si ebbe una fase di riposo, in fine un nuovo movimento di emergenza, che ha sollevato la costa per altri 60 cm. circa. Ne è testimonianza una specie d'incisione a forma di solco, profonda circa 90 cm. compresa tra la superficie esterna della terrazza più bassa e la parete verticale della terrazza più antica. Orbene, questo solco, che ha un'altezza di circa 50 cm. è stato scavato dal mare, quando il recente movimento di emer¬ genza non aveva riportato la terrazza all'altezza attuale. L' acqua, spinta profondamente contro le anfrattuosità della costa, ha pro¬ vocata tale caratteristica erosione (1), la quale oggi, a mare calmo ed in periodo di bassa marea , è completamente emersa , ma ha dovuto a lungo sottostare alla linea di battigia, tanto che i litodomi vi hanno potuto di praticare numerosissimi fori per tutta la su¬ perficie.

5) Il movimento di emergenza, che ho detto ancora in atto, dopo i due periodi di cui ci è dato suddividerlo , ha subito un nuovo periodo di stasi, per cui l'abrasione ha spianata la superficie della seconda terrazza, che oggi già ha ripresa la lenta emersione.

6) Il materiale alluvionale, che si è depositato quale coltre al di sopra della panchina, appartiene ad un periodo recentissimo, cioè posteriore all'ultima fase di emergenza , perchè al disotto di questo, in alcuni tratti, la panchina conserva ancora forma di ter¬ razza e la superficie di contatto è spesso tappezzata di fori di li¬ todomi. Sarebbe impossibile immaginare un deposito alluvionale incoerente, che avesse resistito all’azione dei marosi, allorché fosse venuto in diretto contatto con la battigia.

(1) Forme analoghe si osservano ai piedi della falese viva, che circonda M. Orlando (Gaeta) e che indubbiamente contribuiscono allo slittamento di parte del promontorio, provocando la triplice spaccatura, che prende il nome di Montagna Spaccata (Cfr. Castaldi F.f La triplice spaccatura di Monte Orlando, in: Boll. Soc. Nat. in Napoli, XLVIII (1936).

7S

Dal complesso di osservazioni suddette, risulta evidente che il tratto di costa preso in esame ha subite le vicende provocate da un movimento oscillatorio; però, mentre il Vardabasso fa cenno di un movimento oscillatorio ineguale in senso orizzontale , a parer mio il movimento oscillatorio qui ha agito verticalmente. La causa del movimento, di cui parla il Vardabasso, dipenderebbe dall asse¬ stamento dei singoli frammenti del massiccio, il quale , essendo diverso, avrebbe data un'ineguaglianza al movimento oscillatorio stesso. Del resto, tali oscillazioni non sono nuove nell’assestamento del massiccio in Sardegna; nel periodo cretaceo prevalse la ten¬ denza al sollevamento, che si risolse piuttosto in un’ oscillazione, in quanto che al ritiro del mare nel settore centrale corrispose un’invasione nella zona litoranea nord-orientale, di cui ancora oggi sono testimoni i calcari, che costituiscono l’impalcatura orografica intorno al Collo di Orosei, dal M. Santo di Baunei ai monti di Oliena, al M. Albo fino alla Tavolerà e al C. Figari nel Golfo de-

gli Aranci. f , . , ,

11 movimento oscillatorio verticale, invece, credo che sia dovuto

piuttosto a manifestazioni endogene di vulcanismo secondario. Non è il caso di accennare a quella imponente attività, che fu conse¬ guenza del ciclo orogenetico alpino, e di cui fanno testimonianza le grandi colate trachitiche con i rispettivi tufi e conglomerati: ne al nuovo ciclo di eruzioni, che ebbe a prodursi verso la fine del Miocene ed il principio del Pliocene, arrestando la sedimentazione nel canale marino dell’Arcipelago miocenico sardo. A questo pos- siamo attribuire gli espandimenti basaltici che costituiscono la Cam- peda, Pianargia e parte della Valle del Tirso, ai quali si possono connettere i centri vulcanici del Golfo di Oristano e del Golfo di

Orosei.

Una più recente attività vulcanica, quantunque di minore en¬ tità si svolse susseguentemente, ma in periodo molto più tardi, cioè dopo che l’epirogenesi potè riattivare la rete idrografica, che per l’accresciuta forza erosiva, iniziò l’ escavazione e l’appro¬ fondimento delle conche e delle valli plioceniche. D. questo vulcanismo sardo recente ancora oggi offrono testimonianza t piccoli coni di scorie basaltiche, costituenti l’Alverma sarda e le correnti laviche di Campomela, insieme con tutte le attuali mani¬ festazioni idro-termali, che pongono la Sardegna in un posto ri¬ levante per la ricchezza delle sue sorgenti minerali e termali. Sono note specialmente, nella zona settentrionale della regione, le acque

79 -

bicarbonato-sodiche di S. Martino e di Montes, e quelle di carat¬ tere salino, sgorganti a 73° c., dette di Castel Doria, nel Comune di Sedini; più a S, presso Bonarva, si raccolgono le note acque da tavola acidulo-ferruginose, conosciute col nome di S. Lucia. Sono tutte queste manifestazioni di vulcanismo secondario le quali stanno a testimoniare che tali attività endogena è localmente tuttora presente. A questa noi potremmo senz'altro attribuire il lento mo¬ vimento oscillatorio verticale della costa, e in tale ipotesi, sarem mo confortati dall'analogia di un'altra forma di oscillazione ver¬ ticale, nota nella regione Flegrea, presso Napoli, e propriamente nel territorio puteolano , dove sorge, come indice, il Serapeo con le sue belle colonne di marmo cipollino, foracchiate da litodomi. Questa particolare forma di bradisismo, che si risolve in un'oscilla¬ zione del suolo, limitata ad un breve ambito di terreno , non è egualmente diffusa in tutti i Campi Flegrei, ma è limitata a quelle zone in cui le manifestazioni di vulcanismo oggi sono più intense. Indubbiamente, mutamenti della linea di spiaggia, in tutta la regione flegrea, ed in essa comprendo anche Napoli, si ebbero nell'epoca storica, e ce ne danno prova alcune grotte artificiali a Capo Miseno e a Porto Miseno, da un lato, e la sommersione di antiche costru¬ zioni romane a Marechiaro e lungo tutta la collina di Posillipo.

Però le oscillazioni verticali non sono ugualmente intense ma tale intensità è in proporzione diretta con l’intensità delle manife¬ stazioni del vulcanismo secondario, lungo tutto l’arco costiero fle- greo, cioè nei pressi della Solfatara (il Serpeo di Pozzuoli), nel¬ l'argine craterico del prosciugato lago di Agnano (Terme greche) e ad Ischia (Grotta del Sole). L’analogia fra le vicende subite dalla panchina e dal terrazzamento descritti, nei pressi di Porto Torres e dalla regione flegrea è sommamente significativa , possiamo giudicare fortuita la coincidenza di manifestazioni.

80 -

RIASSUNTO

L’Autore descrive il ritrovamento della panchina quaternaria nei pressi df Porto Torres, fortemente erosa dal mare e ridotta dal bradisismo in un duplice terrazzamento tale bradisismo si è manifestato sotto forma di movimento oscilla¬ torio verticale. Per analogia con la zona di Pozzuoli nei Campi Flegrei, l'A. avanza l'ipotesi che il predetto movimento oscillatorio verticale sia dovuto a ma¬ nifestazioni di vulcanismo secondario.

Dott. Maria Fiore:

Materiale preistorico raccolto in Castelnuovo Fogliani ed in altre località d’ Italia.

(Tornata dell' 11 giugno 1 940— XVIII)

Con le Tavv. da 1 a 6 f, testo, e Ventisei figure nel testo.

Introduzione.

Oggetto della presente pubblicazione è la pura descrizione di manufatti litici e fittili (ceramica) raccolti in varie località d’Italia e cioè :

I) Nei terreni del Parco dell’Istituto del S. Cuore, già Castello dei Duchi di Fogliani, in Castelnuovo Fogliani (Piacenza),

II) In vicinanza del detto Istituto ; rive del torrente Grattarolo.

III) Tra ghiaie del vicinissimo fiume Ongina le cui acque in parte

circondano e attraversano il su nominato Parco.

IV) Tra le ghiaie del vicino fiume Stirone (Piacenza) trasportate

nel Parco.

V) Tra le ghiaie del vicino fiume Po (Piacenza) anche trasportate

nel Parco.

VI) Tra le ghiaie delTArno (Firenze).

VII) A S. Menaio sia in prossimità del mare che tra le acque di un vicino rivo di acqua dolce. (Gargano).

Vili) A Vico del Gargano (Cava S. Croce).

IX) A Roma tra le ghiaie di S. Agnese e a M. Sacro.

X) A Resina tra Portici e Torre del Greco (Napoli).

7

82

XI) Tra Imola e Bologna.

XII) A Milano tra ghiaie trasportate in un giardino dell’Università

del S. Cuore.

XIII) A Reggio Emilia in prossimità della Stazione: sporadici.

XIV) Ad Arezzo, tra ghiaie probabilmente delTArno.

XV) A Monteveglio presso Bazzano (Bologna).

XVI) A Bazzano (Bologna).

XVII) Ad Assisi, nei pressi di S. Damiano ; tra S. Maria degli

Angioli ed Assisi : tra ghiaie del fiume Tescio.

XVIII) A Chiusi dell'Averna (Arezzo), tra ghiaie.

#

# *

Al di fuori del materiale raccolto nei terreni del Parco del- Tlstituto del S. Cuore e ad essi pertinenti, fortunatamente il più abbondante di gran lunga, quello di tutte le altre località è evi¬ dentemente sporadico ; tuttavia è stato compatibile riunirlo insieme e farne oggetto di un'unico studio impersonando la stessa facies paietnologica.

In quanto alla ceramica essa è stata raccolta tutta nel Parco dell'Istituto del S. Cuore in Castelnuovo Fogliani.

E’ da notarsi che per essere costituiti, generalmente, di roccia tenera, i manufatti che sono stati trovati tra le ghiaie hanno a volta l'aspetto di puri e semplici ciottoli, data l1 azione della fluitazione a cui sono stati sottoposti, ma comparazione con quelli trovati in posto nei terreni del parco e che quindi non hanno subito l'azione della fluitazione, nonché con manufatti in selce la quale roccia è molto più resistente all'azione dell'acqua e delle intemperie, trovati a S. Menaio, nonché comparazione con manufatti anche in selce, ma di altra fattura, non per la forma che è la medesima ma per essere scheggiati, che si conservano nei varii musei, toglie ogni dubbio sulla loro natura di manufatti e non di ciottoli.

La raccolta di tutti i manufatti litici fatta a Castelnuovo Fo¬ gliani e cioè sia di quelli strettamente pertinenti ai terreni del Parco dell'Istituto del S. Cuore che di quelli anche raccolti in detto parco ma tra le ghiaie dei nominati vicinissimi fiumi e cioè Ongina, Stirone, Po, nonché i pochi raccolti nelle acque del Grat- tarolo, assommano a più di tremila. Quella fatta in Firenze specie alle Cascine tra le ghiaie dell'Arno comprende una cinquantina e più di manufatti litici, ma molti non li potetti raccogliere, perchè

83 -

pesanti, data la loro grandezza, e di questi molti li vidi rompere dallo spaccapietre per farne acciottolato. La raccolta del Gargano comprende quasi una cinquantina di manufatti litici in calcare di media grandezza (Vico) e una cinquantina di manufatti quasi tutti in selce e quasi tutti microliti raccolti a S. Menaio ; e in più un buon numero (un centinaio) di conchiglie forate. Il numero di manufatti raccolti in tutti le altre località è esiguo, e propriamente una ventina a Resina dei quali alcuni fui costretta a lasciare sul posto ; una ventina a Roma, una diecina e forse più a Monteveglio, una decina ad Arezzo , una decina tra Imola e Bologna , una decina ad Assisi, tre o quattro soltanto a Milano e a Reggio Emilia, e due a Chiusi dell'Averna, trattandosi sempre di incontro fortuito.

In quanto alla ceramica essa e stata tutta raccolta nella località dell'Istituto del S. Cuore in Castelnuovo Fogliani , e ammonta a più di 2000 cocci : solo qualche vaso si è conservato integro o quasi.

Delle località nominate, S. Menaio dovette essere senza dubbio sede di un centro sociale stanziato probabilmente in riva al mare e poco lungi in vicinanza di un rivo di acqua dolce che si trova a breve distanza e cioè proprio dove ho fatta la mia piccola rac¬ colta di manufatti litici e di conchiglie forate con le quali è noto che l'uomo soleva confezionare delle collane per ornarsi. Come pure la nominata località di Vico " Cava S. Croce dovette anche essere sede deiruomo primitivo essendo stati trovati, i manufatti a cui ho accennato, in zolle di terra rossa che circondano la detta cava che comprende un piccolo riparo sotto roccia probabilmente della stessa età dei manufatti litici che ivi si trovano. Ugualmente una stazione e probabilmente stazione-officina dovette esistere a Resina e perdurò forse fino al 79 a. C. cioè in piena epoca ro¬ mana (1).

Ma stazione officina e con mercato, fu senza dubbio la località del detto Istituto Apostolico del S. Cuore, e ciò, oltre che per la ricchezza del materiale raccolto, per alcune sue estensioni di ter. reno salvate dal rimaneggiamento in cui è andata incontro da tempo la località in parola. Infatti questa località, piccola altura

(1) Ciò non deve far meraviglia perchè da riferirsi all'epoca romana sono stati trovati scheletri deposti in posizione rannicchiata, consuetudiue di civiltà neolitica. Da notarsi ancora è che anche i Romani erano soliti servirsi di manu- fatti di pietra, ma nei tempi, per funzioni religiose.

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oblunga di natura terrazziale, inclinata verso l'Ongina le cui acque circondano in parte il parco e lo attraversano, ha subito da tempo rimaneggiamento, specie nella sua parte superiore dove venne co¬ struito il Castello dei Duchi di Fogliani, ora Istituto apostolico del S. Cuore, e una Chiesa ; tuttavia nella sua parte centrale e de¬ gradante, benché a distanza di tanto tempo, alcune estensioni di terreno da boschivo trasformato in agrario, si può dire che si trovano in condizioni preziose perchè il rimaneggiamento che hanno subito, e cioè la zappa dell'agricoltore, è stato più utile che nocivo, benché molti li abbia rotti, avendo portati alla superficie, e quindi messi in mostra, i numerosi manufatti e cocci di ceramica di cui erano ricchi , estensioni di terreno che mi hanno convinta come proprio il parco del detto Istituto e per esso tutta la piccola altura e zona circostante fu sede dell’uomo primitivo, stanziato proba¬ bilmente all'aperto, in capanne di vario tipo, sui terreni del parco essendo impiantati l'officina e il mercato.

In quanto alle altre località di casuale raccolta nominate, nulla di preciso può dirsi, ma in ogni modo si tratta di zone da tempo tutte note al paletnologo.

Illustrazione della ceramica.

Dall'esame dei cocci di ceramica raccolti un duemila e più tra grandi e piccoli (sfortunatamente solo qualche vaso è stato trovato intero o quasi) è da arguirsi, prendendo specie in consi¬ derazione il numero delle anse, la varietà di impasto, la presenza o assenza di ornamentazione e sua varietà, la variazione dei colli e dei margini dei colli, che si tratta di resti relativi a più di un centinaio di vasi.

Grandezza. Alcuni dovevano essere piuttosto ampii (il più grande che è stato raccolto ha il diametro del fondo di cm. 28 -30), altri invece piuttosto piccoli, perchè con fondo del diametro di solo pochi centimetri , la maggior parte di grandezza intermedia.

Forma. Colli. Anse. Con particolare precisione non si può insistere sulla forma dei vasi non avendone raccolti in di¬ screto stato che pochi , tuttavia dall'esame di questi resti migliori

85

si può arguire che dovevano essere di forma ovoidale a fondo ton¬ deggiante, o piano come anche spesso calottiformi, a coppa, a scodel¬ la o addirittura a piatto, ad urciuolo, a ventre prominente. I colli, quando vi sono, sono del tutto dritti oppure lievemente inclinati verso Tinterno o più o meno accentuatamente verso Testerno. La

Fi g. i.

Ricostruzione approssimata di alcune forme di vasi.

loro altezza varia da cent. 1 a 6-7 cent. Anche le anse hanno forma e grandezza molto varia. Ve ne sono delle così dette a forma di tarallo „, ad " anello „, a " nastro semplice o cordonato, a " manicotto a manubrio in forma di protuberanza semplice o gemina, speciale ansa atta per la sospensione del vaso ; poche volte del così detto tipo lunato, a forma di anello sormontato da un cilindro o con appendice a linguetta o mazzuolo.

Impasto. La varietà della pasta è grandissima. Innan¬ zitutto, a secondo dell’uso a cui era adimpito il vaso, veniva ma¬ neggiata per la confezione un dato impasto anzicchè un altro : più grossolano, evidentemente, oltre che resistente per quelli adibiti per

86 -

l’uso della cucina o per conservare provviste ; più depurato, resi¬ stente al tempo e suscettibile di ornamentazione per quelli adibiti forse ad uso funebre o per conservare viveri.

Impasto. Esso a volte è costituito da argilla discreta¬ mente depurata, altre volte mista a polvere di carbone o a sabbia, o a polvere di carbone e a sabbia o terra, oppure a sostanza re¬ frattaria dura e cioè per Io più a piccoli frammenti di roccia. I seguenti sono i principali impasti notati :

1) Impasto di argilla più o meno depurata mista a poca polvere di carbone.

2) Impasto di argilla, polvere di carbone e sostanze refrat¬ tarie.

3) Impasto di agilla terrosa e polvere carbone.

4) Impasto di argilla terrosa, polvere carbone e sostanza dura refrattaria.

5) Impasto di argilla e sabbia.

6) Impasto di sabbia e polvere carbone con poca argilla.

7) Impasto di argilla, sabbia e sostanze refrattarie.

8) Impasto di argilla finissima di colorazione rosa o rosso-rosa.

Gli impasti di sola argilla o di argilla e polvere di carbone risultano dolci al tatto ; viceversa più o meno duri e ruvidi al tatto gli altri specie quando la percentuale delle sostanze refrattarie dure e di sabbia silicea è grande. In quest’ultimo caso, a parte lo spessore, i cocci di ceramica sono molto leggieri. La ceramica invece più pesante, evidentemente, è quella il cui impasto è molto ricco di sostanze refrattarie calcaree.

Colore. La colorazione è spesso nera o nera e lucida o grigia-nerastra ; per lo più rossastra o rossastra o rosa seppia ; a volte grigia, o anche, benché di rado, giallastra. Essa evidente¬ mente risulta dai due precedenti fattori a cui si è accennato e cioè qualità di impasto e varietà e quantità di cottura, nonché dal- l appropriata manifattura, perchè a volte è ingubbiata e in certi casi quindi lisciata in altro colore, spesso uguale a quello interno oppure di altro colore onde in questo caso la ceramica nello spes¬ sore è di un colore, esternamente, data l'ingubbiatura che generai mente è effettuata con ceramica di altro impasto, è di diverso colore e, superficialmente, di altro colore ancora. A volte si tratta di semiingubbiatura.

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1 - Ornato a raggi.

2 - Ornato così detto ad unghia in doppia serie ali'ingiro del vaso.

3 - Ornato a rilievo.

4 - Fusarola.

5 - Ornato ad impronta.

ó - Ornato lungo il collo verso l' interno del vaso di impionte ovali, tra¬ sversali, parallele.

7 - Ornato a rilievo.

8 - Ornato così detto ad impronta e rilievo.

9 - Ornato ad inciso.

- 88

Cottura. Buona parte della ceramica è tenacissima, qualunque sia l'impasto; è da arguirsi che veniva ben cotta; e pro¬ babilmente, come suggerisce il Pinza, a contatto dell'aria onde il suo color rosso vivo per l'ossidazione del ferro contenuto nella argilla; a volte in ambienti privi di aria onde la sua lucidezza: nero lucente. Soltanto in qualche caso sembra che non abbia subita al cuna cottura, o sia stata cotta semplicemente al sole.

Tenacità.— Diverse varietà di ceramica sono ben tenaci non solo per la buona cottura ma per la scelta di appropriato impasto ricco in sostanza refrattaria dura, ma minuta ; altre un meno ; poche facilmente si rompono e sono queste le più ordinarie, sia per la poca o nessuna cottura, sia perchè foggiate con impasto poco omogeneo.

Spessore. Lo spessore è anche molto vario : esso non è in rapporto alla grandezza alla qualità d'impasto. Varia da un massimo di un centimetro, a un centimetro e mezzo nei vasi più grossolani a un minimo di pochi millimetri nei vasi più fini. In generale, però, il fondo specie dei vasi foggiati con im¬ pasto grossolano è molto più spesso che non le pareti e può rag¬ giungere anche tre cm.

Ornamentazione. Per Io più la ceramica non or nata è quella che predomina qualunque sia la forma del vaso, l'impasto, la manifattura, tuttavia anche ceramica ornata è stata riscontrata. Per lo più, però, si tratta di ornati molto primitivi e cioè di impronte eseguite con le polpastrelle, di impronte così dette " ad unghia „, a solchi, a fossette circolari di varia grandezza ; a stampo tra cui frequenti i raggi ; a rilievo (cordoni, semicordoni, strisce, protuberanze più o meno fitte e generalmente coniformi). Rari i graffiti e le incisioni. Frequenti gli ornati a pizzico.

In generale gli ornati ad impronta si notano sul labbro del collo verso l'interno del vaso o superiormente, e poi spesso anche esternamente in giro al collo alla distanza di qualche centimetro dall'orlo del collo. Lo stesso è da dirsi per gli ornati a pizzico. Gli ornati a rilievo, se in cordoni o semicordoni, ugualmente ornano il collo ; se in forma di protuberanze per lo più si notano sulle pa¬ reti. Gli ornati a graffito ugualmente si notano anche sulle pareti, raramente sui colli.

80

Coltura. Molta della ceramica raccolta, come è già stato detto, non possiede ornamentazione o ne possiede di molto semplici, ed è tenacissima : ora una tale ceramica, seconda ve¬ duta generale, è da ritenersi propria del neolitico antico. Ma è stata raccolta anche ceramica con ingubbiatura nera e anche, sin¬ golo caso, con ornamentazione ad inciso consistente in una doppia serie di piccoli incisi circolari intorno alle parti del vaso per giunta con forma a calice; tale ornamento e tale forma di vaso si ritiene di facies eneolitica. Inoltre una parte non insignificante è nera e lucida con o senza ornati, e sono stati notati anche alcune anse del così detto tipo " lunato e a manubrio e tali peculiarità sogliono riferirsi alla coltura terramaricola.

Tra le raccolte di ceramica quelle con le quali le mie hanno trovato riscontro possono ricordarsi le seguenti ben note località : Stazione all'aperto della Chiocciola (Valdarno superiore), Castello dei Britti sull'Indice (stazione neolitica); Colunga, Comune di S. Lazzaro, stazione neolitica ; fuori porta D’Azzeglio (Bologna), vil¬ laggi a fondi di capanna ; grotta del Farnè sulla Zena, Comune di S. Lazzaro ; Rastellino , terramare ; Villa Casserini, fuori porta Sarragozza ; Trebbo sei vie del Comune di Castenaso ; S. Agata, Bologna ; Castelfranco terramare-palafitta ; Prevosta imolese, vil¬ laggi a fondi di capanna; Toscanella imolese; Caverna Arena can¬ dida (Savona); fondi di capanna a Campaggine (Reggio Emilia); Fano, fondi di capanna; alle Canelle presso Arcevia, fondi di capanna; Grotta dei pipistrelli in Matera (Puglie); Grotta del diavolo al capo di S. Leuca ; Rastellano S. Polo, terremare; stazione preistorica di Persolino ; S. Biagio presso Fano, villaggio neolitico; capanne di Ripoli; villaggio di S. Fortunato ; villaggio di Pierotormo ; villaggio di Filostrano; Coppa Nevigata; Vibrata, collezione Rosa; terremare della Lombardia ; Grotte del diavolo (Puglie) ; Scoglio del tonno (Taranto); S. Biagio, Marche, fondi di capanna ; Campeggine (Emilia) Castelluccio presso Imola ; Castellerò di Cremona ; lago Varese : palafitte ; lago Monate, palafitte (scavi del 1900) ; Vaies in vai di Susa ; Castelletto Ticino ; Mercurago (vai Susa), palafitta ; Ca¬ verne Final-Marina, collezione Amerano ; Castel Goffredo, colle¬ zione Castelfranco, terramare ; Castellari del Vho, Cremona ; Bi- garello, Mantova ; S. Caterina di Tridossi (Cremona) ; caverne Le Pile ; caverna Pollerà ; caverna dell'acqua etc. ; e ancora in quella di Eliopoli I dinastia (2200 a. C. N.) Tutte queste collezioni di ce¬ ramica si trovano nei Musei di Roma, Firenze, Bologna, Ancona, Faenza, Milano, Torino, Regio Emilia, etc.

8 *

- 90

Illustrazione specifica di alcuni dei migliori avanzi.

1) Ansa massiccia ad anello in ceramica color rosso mattone nella

sua superficie interna e brunastra esternamente con sfumature in nero. Dimensioni : cm. 7 per 4. Spessore cm. 2. Doveva appar¬ tenere a un vaso di discrete dimensioni.

2) Ansa a tarallo in ceramica rosso mattone. Dimen. cm. 8 per 3,50.

Spes. cm. 2,50-3. Anche questo frammento doveva appartenere a un vaso di dimensioni discrete.

3) Ansa ad anello (ceramica nera internamente e esternamente). Dimen¬

sioni cm. 4 per 3. Spes. inm. 7. Frammento pertinente a vaso di forma emisferica di grandezza media con collo dritto ma con il labbro lievemente riverso all’esterno: altezza cm. 3,50. Spessore delle pareti: mm. 7.

4) Ansa ad anello in ceramica nera sia esternamente che in superficie

interna. Dimen. cm. 5 per mm. 13. Spes. mm. 5. Pertinente a vaso di dimensioni mediocre.

5) Ansa a manicotto in ceramica rosso mattone. Dimensioni esigue

benché pertinente a vaso di dimensioni con ogni probabilità di¬ screte. Vaso di forma a calotta, ma con collo alto cm. 4 e river¬ so alPinfuori nella parte superiore. Dimens. cm. 8 per cm. 3,50. Spes. mm. 8.

6) Ansa lunata in ceramica nera semi-luctda. Dimensioni cm. 6 per

mm. 18. Spes. mm. 5. Pertinente a vaso di mediocri dimensioni.

7) Frammento in ceramica nera lucida spessa mm. 5, con ornamenta¬

zione consistente in impronte circolari concave dal diametro di cm. 3-4 frammiste ed altre più piccole e cioè di mm. 8-9 di dia¬ metro.

8) Frammento in ceramica grigio-nerastra, spessa cm. 1 ; ornata di

prominenze coniformi, molto approssimate tra di loro e con dia¬ metro basale all’incirca di 12 mm.

9) Piccolo frammento di collo di vaso in ceramica nerastra, non lucida,

spessa mm. 8, con doppia ornamentazione e cioè sul labbro, verso la superficie interna ornata di piccole fossette circolari, impronte polpastrelle, distanti tra di loro mm. 4-5 ed esternamente ornata di un rilievo cordiforme alla distanza di cm. 1 dal labbro, ampio

un cm.

10) Frammento parete in ceramica rosso mattone patinata in nero-gri¬

giastro, spessa mm. 8, con ansa della forma di semplice sporgenza atta alla sospensione del vaso.

11) Frammento di collo in ceramica rosa-terra di siena sia in superficie

esterna che nella interna, con spessore di mm. 12; ornata di im¬ pronte polpastrelle sull’orlo del collo; alla distanza di 2 cm. dal¬ l’orlo del collo rilievo semi cordiforme.

1 - Punta di freccia in calcare grigio, con inizio di peduncolo.

2 - Punta di forma solutreana, in calcare grigio.

3 - Testa di lancia,- in calcare.

4 - Manufatto in arenaria a cemento calcareo, di forma trapezoidale.

5 - Punta in arenaria calcarea. (Castelnuovo Fogliani).

12) Frammento di collo e parete di vaso in ceramica color rosso mat¬ tone sfumata in nero. Spessore mm. 6. Collo dritto lievemente riverso alt’esterno; altezza dèi collo: cm. 3 1/2.

- 92

13) Frammento simile al precedente per il colore e lo spessore della

ceramica ma con collo più alto - (cm. 4) - e più riverso verso l’esterno.

14) Frammento in ceramica nera semilucida esternamente e anche inter¬

namente, spessa mm. 5. Collo dritto con orlo lievemente riverso all’esterno. Altezza collo cm. 5. Ornamentazione consistente in una piccola prominenza sub-emisferica.

15) Frammento in ceramica nera alFesterno e all’interno, ornato di im¬

pronte polpastrelle nella parte interna del labbro del collo, guar¬ nito alFesterno di prominenze subemisferiche , dal diametro di cm. 2.

16) Frammento ceramica rosso mattone semilucida , sfumata in nero.

Collo brevissimo lievemente riverso all’esterno di 1 x/2 2 cm. Spess. ceramica mm. 5.

17) Frammento in ceramica nera in superficie interna e esternamente

rosso mattone per semi-ingubbiatura ; spessa cm. I : ornata di due rilievi strisciformi alla distanza di un cm. tra di loro.

18) Frammento fondo vaso in ceramica nerastra; spessa cm. 1-1/2.

19) Frammento di parete di vaso a forma di calotta in ceramica nera,

rosso mattone verso l’esterno per ingubbiatura e indi lisciata in nero. Spessore mm. 8.

20) Frammento in ceramica rosso mattone verso l’esterno e grigiastra

verso l’interno. Spessore mm. 8. L’orlo del vaso è guarnito dal lato interno di una serie di impronte polpastrelle.

21) Frammento ceramica nerastra e rosso mattone, spessa mm. 12, or¬

nata rilievo cordiforme.

22) Frammento ceramica nera, semi-lucida, con resto di ansa.

23) Frammento collo in ceramica rosso-mattone e nerastra, spessa cm.

1-1/2, lievemente riverso all’esterno.

24) Frammento di vaso in ceramica nera, lucida, a forma di calotta con

collo diritto alto cm. 3-1/2. Spessore ceramica mm. 5. Il dia¬ metro del vaso era approssimativamente di un decimetro.

25 Fondo di vaso in ceramica nera semi-lucida, spessa mm. 8-10; dia¬ metro cm. 7.

26) Frammento costituito da porzione di parete e collo alto cm. 4.

27) Frammento in ceramica nera semilucida con porzione del collo alto

cm. 5. Spessore ceramica cm. 1.

28) Frammento in ceramica rossastra nei due terzi esterni del vaso e

nera nel terzo interno. Ornamentazione consistente in una protu¬ beranza emisferica dal diametro di cm. 3.

93 -

29) Grosso frammento di fondo di vaso in ceramica grossolana nera-

bluastra ricca di pietrisco. Spessore mm. 18. Diametro dell’intero fondo cm. 20.

30) Frammento in ceramica rossastra spessa 1 cm.

6 - Levigatolo in calcare a forma così detta " a lumacone „.

7 - Piccolo punteruolo di forma irregolare, in calcare.

8 - Punta in calcare ; di forma musteriana.

9 - Levigatoio tipo nucleiforme a base triangolare, in calcare albarese.

10 - Manufatto in calcare; una delle forme più frequenti.

11 - Manufatto in calcare della così detta forma a 41 lumacone

12 - Punta musteriana a sezione triangolare, in calcare. (Castelnuovo Fo¬

gliano).

31) Frammento di parete vaso in ceramica grigio-bluastra internamente

e esternamente rossastra ma con patina grigia, terrosa. Spessore mm. 13.

32) Frammento parete in ceramica nerastra in superficie interna ed e-

sternamente color terra di siena sfumata in nero. Spess. mm. 8.

- 94 -

33) Frammento in ceramica brunastra mista a parti grigio-nerastre e

rosso vivo; in superficie esterna rossastra con patina terrosa. Spes¬ sore cm. 1.

34) Frammento di ceramica in superficie interna nerastra-rosso-vivo, e

esternamente nerastra. Spessore mm. 10.

35) Frammento in ceramica grigiastra in superficie interna e rossastra

allesterno. Spessore mm. 12.

36) Frammento di ceramica esternamente grigio-terra di Siena e nello

spessore grigio nerastra e rosso vino. Spessore cm. 1. Orlo del collo con ornato di impronte di polpastrelle o meglio di fossette circolari dal diametro di mm. 6-8, molto avvicinate tra di loro essendo alla distanza di solo qualche mm. ; più giù alla distanza di un cm. un rilievo semicordiforme alto cm. 1.

37) Frammento di ceramica nerastra con sottile strato esterno rosso

marrone per ingubbiatura, lisciato in nero. Orlo del collo con ornato ad unghia e a pizzico. Spessore mm. 8.

38; Frammento ceramica terra Siena. Orlo con fossette circolari della solita grandezza. A due cm. di distanza rilievo ondulato cordi- forme. Spessore della ceramica mm. 12.

39) Frammento ceramica nera ornata con impronte di polpastrelle sul¬

l’orlo del collo e anche di rilievo cordiforme alla distanza di un cm. Spessore ceramica mm. 8.

40) Frammento di ceramica nerastra internamente e in superficie esterna

terra di Siena; spessa cm. 1. Mostra verso l’orlo protuberanze su¬ bemisferiche di diversa grandezza.

41) Frammento di ceramica grigio-nerastra, spessa cm. 1, ornata di im¬

pronte sul labbro del collo e sul collo a distanza di mm. 12 dal¬ l’orlo.

42) Frammento ceramica rosso-nerastra; spessa cm. 3. con ornato di

grossa protuberanza emisferica dal diametro di cm. 3.

43) Frammento ceramica grigio-nera in superficie esterna e grigio-blu

astra nell’interno, spessa mm. 6. Collo alto cm. 3-1/2 alquanto riverso verso Festerno.

44) Frammento di collo in ceramica nera spessa mm. 5 verso l’orlo

riverso lievemente all’esterno. Altezza cm. 5.

45) Frammento di collo in ceramica nera ornata impronte polpastrelle

sul margine del collo; a distanza di cm. 3, rilievo cordiforme ampio cm. 1.

46) Frammento di ceramica nera di vaso a forma di calotta. Spessore

ceramica mm. i2.

95 -

47) Frammento ceramica nera rivestita con sottile strato di ceramica

rosso mattone sfumata in nero. Spessore mm, 8.

48) Frammento ceramica rossa e nera e cioè nella metà esterna rossastra

e nella metà interna nera. Spessore mm. 8.

13 - Levigatoi tipo nucleiforme con contorno ovale e di sezione triangolare;

in calcare.

14 - Manufatto in arenaria a cemento siliceo, di forma trapezoidale.

15 - Manufatto in calcare.

16 - Perforatore a base trapezoidale, in calcare.

17 - Lamina in calcare con doppio incavo : levigatolo.

18 - Punteruolo del così detto tipo laterale.

19 - Manufatto a forma di mezzaluna, in calcare.

20 - Manufatto a forma di paletta, in calcare.

21 - Altro manufatto della stessa forma ; ma molto più piccolo, in arenaria,

(Castelnuovo Fo-gliani).

49) Frammento di ceramica grigio-nerastra internamente e esternamente rivestita di uno straterello color rosso mattone (patina grigiastra) Spessore cm. 2 1/2.

- 96 -

50) Frammento ceramica rossa e nera (nera nella metà verso 1’ interno

del vaso). Resto di vaso a fondo piatto; spesso cm. 1.

51) Frammento ceramica grossolana grigio-bluastra rivestita all’esterno

di uno straterello rosa-rosso mattone, spessa cm. 1-1/2.

52) Frammento in ceramica nera con patina terrosa grigio-giallastra,

spessa mm. 4-6. Resto di 'mediocri dimensioni con diametro di fondo un decimetro all’incirca.

53) Frammento di parete vaso in ceramica nera semilucida, spessa

mm. 8.

54) Frammento in ceramica rosa-rossa, spessa cm. 1.

55) Frammento di ceramica nera, grossolana, spessa cm. 1-1/2.

56) Frammento in ceramica nera rivestita di uno straterello rossastro

(patina terrosa). Spessore cm. 1. Mostra un rilievo a forma di cordone ampio cm. 1 all’incirca.

57) Frammento di ceramica nera sottile (mm. 4), rivestita esternamente

di uno straterello rossastro sfumato in nero.

58) Frammento in ceramica rosa-terra di siena, spessa mm: 8 con or¬

namentazione di rilievi cordiformi disposti in giro al vaso.

59) Frammento in ceramica grigia-rossastra, molto grossolana e spessa

mm. 12 ornata di protuberanza atta per sospendere il vaso.

60) Frammento ceramica nera, semilucida, spessa cm. 1.

61) Frammento ceramica rosa-terra di siena, nera nello spessore. Spes¬

sore mm. 4.

62) Frammento ceramica all’esterno nerastra e internamente nera-rosso-

vino. Spessore cm. 1; grossolana, frammista a piccoli pezzetti di pietrisco.

63) Vasetto calottiforme in ceramica nera, ingubbiata. Diametro massi¬

mo cm. 9; altezza cm. 7.

64) Ansa a nastro in ceramica di color nero-bluastro nello spessore.

Dimensioni cm. 4 1/2 di ampiezza per 10 di altezza. Spessore

ceramica mm. 8-10.

65) Ansa a tarallo in ceramica nera-bluastra; cm. 8 per 2 di ampiezza.

66) Ansa a nastro in ceramica color nero-nero-bluastro. Dimensioni :

cm. 9 per 3.

67) Frammento ceramica cm. 12 per 5, nera lisciata in rosso; con piccola

ansa a tarallo misurante cm. 7 per 2 di ampiezza.

68) Frammento in ceramica nera semi-lucida con ornati a stecca. Di¬

mensioni massime: cm. 12 per 10. Spessore ceramica mm. 8.

69) Frammento con ansa di cm 12 per 5 in ceramica nera con super¬

ficie esterna e interna rossastra onde ingubbiatura. Ansa piccola a tarallo misurante cm. 7 per cm. 2 di ampiezza.

97 -

70) Frammento di ceramica nera semilucida con ornati a stecca. Misure

massime: cm. 12 per cm. 10. Spessore ceramica mm. 8.

71) Frammento ceramica nera con ornato a stecca. Spessore cm. 1. Mi¬

sure massime del frammento: cm. 8 per 15.

22 - Ascia in calcare marnoso.

23 - Punta di forma solutreana, in calcare

24 - Lama-coltello, in calcare fucoide.

25 - Punta di forma musteriana, in calcare.

26 - Punta in calcare albarese.

27 - Lama-coltello di forma triangolare.

28 - Levigatolo a forma di piramide triangolare, troncata, in calcare.

29 - Altro levigatolo in calcare grigio, coniforme, con base in calcite bianca.

30 - Punta di freccia tipo forma solutreana, in calcare : così detto tipo a

foglia. (Castelnuovo Fogliani).

72) Frammento di fondo di vaso in ceramica nerastra, grossolana. Spes sore ceramica cm. 2. Misure massime del frammento: cm. 16 per 8.

- 98

73) Frammento in ceramica nera lisciata, spessa cm. 1. Collo piccolo,

dritto. Ornamentazione costituita da impronte di striscie decor¬ renti parallelamente all ingiro del collo. Spessore ceramica cm. 1. Misure del Frammento: cm. 5 per 8.

74) Frammento in ceramica nera non lisciata; spessore mm. 8. Collo

del vaso alto cm. 4 delineato da una serie di impronte così dette « ad unghia »; uguali impronte si notano anche superiormente, sul labbro del collo. Dimensioni del frammento: cm. 9 per 10.

75) Frammento in ceramica rosso-rosa, lisciata; collo dritto e accenno

piccola ansa a nastro. Spessore ceramica mm. 7. Misure massime del frammento cm. 13 per 6.

76) Frammento di fondo di vaso in ceramica nerastra grossolana. Spes¬

sore ceramica cm. 2. Dimensioni massime del frammento: cm. 16 per 8.

77) Frammento in ceramica nera, spessa mm. 14: grossolana, ma lisciata.

Ornamentazione di fossette circolari sul labbro del collo. Dimen¬ sioni del frammento: cm. 8 per 11.

78) Frammento con piccola ansa a manicotto in ceramica nera lisciata,

spessa mm. 8. Dimensioni dell’ansa: 6 per 2 per 1 cm.

79) Piccolo frammento con ansa a manubrio in ceramica nera lisciata

spessa mm. 8. Dimensioni dell’ansa; cm. 8 per 5.

80) Frammento in ceramica rossastra, lisciata, spessa mm. 6-8. Dimen¬

sioni frammento: cm. 10 per 10.

81) Frammento in ceramica rossastra, lisciata, spessa mm. 6-8. Dimen¬

sioni frammento: cm. 10 per cm. 10.

82) Ansa con motivo lunato in ceramica nera lucida con estremità co¬

nformi. Dimensioni : cm. 7 per cm. 1.

83) Frammento di ceramica nera a superficie esterna rossastra, quindi,

ingubbiata. Spessore mm. 15. Dimensioni massime del frammento cm. 12 per 10.

84) Frammento in ceramica rosso vivo, grossolana ma lisciata, spessa

mm. 15. Collo del vaso dritto. Dimensioni massime del fram¬ mento: cm. 10 per 12.

85) Frammento del vaso con collo alto crm. 3, lievemente riverso verso

l’esterno con ansa a nastro (cm 29 per 4 di ampiezza), in cera¬ mica nera, lucida, spessa cm. 1. Dimensioni del frammento: cm. 16 per 9.

86) Frammento di vaso con piccolo collo dritto delineato da una serie

di impronte lineari più o meno del così detto tipo ad « unghia » parallele, alte un cm. o poco più. Un’altra serie di simili impron-

- 99 -

te si nota sul labbro del collo nella superficie interna. Piccola ansa a manubrio (cm. 13 per cm. 1 per cm. 1). Colorazione ros¬ so-rosa-seppia, semilucida. Spessore mm. 8.

87) Frammento in ceramica rosa seppia, spessa un cm., con resto di ansa a nastro partente dall’estremo superiore del collo, alto cm. 4. Dimensioni massime dell’intero frammento: cm. 8 per 10.

Fi g. 7.

31 - Manufatto così detto a forma di D; in calcare.

32 - Piccolo punteruolo in arenaria calcarea.

33 - Manufatto in calcare, industria lame.

34 - Specie di bulino in calcare.

35 - Punta cuoriforme, in arenaria calcarea.

36 - Manufatto in calcare.

37 - Testa di lancia in calcare.

38 - Levigatolo a forma di piramide triangolare.

39 - Manufatto con qualche scheggiatura solo nella faccia superiore.

40 - Perforatore di forma irregolare, in calcare. (Castelnuovo Fogliani).

100

88) Frammento di vaso con manico a nastro (cm. 8 per 4) in ceramica

nera, lisciata, semilucida, spessa un cm. Collo del vaso dritto, alto cm. 5. Dimensioni dell'intero frammento: cm. 14 per 13.

89) Piccolo vaso per metà intero, con fondo di diametro cm. 7, e pa¬

rete otriforme alta cm. 9-10. Labbro del collo ornato superior¬ mente di impronte ad unghia. Ceramica nera, lisciata , spessa mm. 4.

90) Frammento vaso in ceramica nera, lisciata, spessa cm. 1; pareti ter¬

minanti in un margine rilevato alto cm. 1-1/2, ornato snperior- mente di fossette oblunghe, trasverse, parallele. Dimensioni mas¬ sime del frammento: cm. 15 per 12.

91) Piccolo frammento (cm. 10 per 5) con ansa a manubrio (cm. 6 per

2 per 2 1/2) in ceramica nera-grigiastra spessa mm. 8.

92) Frammento in ceramica nera lisciata, semilucida, spessa cm 1, con

manico a tarallo di cm 11 per 7 di circonferenza. Dimensioni massime del frammento cm. 12 per cm. 8.

93) Frammento in ceramica nera semilisciata; margine del collo alto un

cm. ornato superiormente di impronte mal definite.

94) Frammento di ceramica nera-grigiastra spessa cm. 1-1/2, semi-li¬

sciata; cm. 20 per 13.

95) Frammento di ceramica nera con dimensioni di cm. 18 per 16,

spessa cm. 1, semi-lisciata.

96) Frammento di fondo di vaso in ceramica rossastra spessa cm. 1-2,

semilisciata. Dimensioni cm. 12 per 15.

97) Frammento vaso color sepia cm. 8 per 6; spessore mm. 8. Orlo

lievemente riverso in fuori.

98) Ansa a nastro in ceramica nera, lucida, spessa mm. 6. Dimensioni

cm. 9 per 3 di ampiezza.

99) Frammento in ceramica nera nello spessore, esternamente rossastra

per sovrapposizione di altro impasto; ornato di rilievi semicor- diformi. Spessore della ceramica mm. 12.

100/ Frammento in ceramica nerastra nello spessore e con superficie in¬ terna e esterna rossastra; con manico a tarallo piccolo e molto spesso; cm. 9 Dimensioni massime dell’intero frammento cm. 12

101) Frammento di ceramica nerastra, grossolana di parte fondo vaso

con resto di parete. Esternamente rossastra; spessore mm. 12.

102) Fondo vaso con resto di parete in ceramica nera-grigiastra, semili¬

sciata, spessa cm. 1. Dimensioni del diametro del fondo: cm. 9.

103) Frammento di vaso in ceramica nera-grigiastra, spessa un cm., li¬

sciata. Orlo del collo ornato superiormente di fossette oblunghe, parallele. Dimensioni massime del frammento: cm. 21 per 9.

i

- 101

104) Frammento in ceramica nera, lisciata, spessa mm. 12. Orlo supe¬

riormente ornato di impronte polpastrelle. Dimensioni massime del frammento: cm. 10 per 11.

105) Frammento in ceramica nera, tenacissima, spessa mm. 12, lisciata.

Grande collo riverso all’esterno, alto cm. 5. Dimensioni massime dell’intero frammento: cm. 12.

Fig. 8.

41 - Manufatto di forma trapezoidale in calcare marnoso.

42 - Ascia in calcare marnoso.

43 - Specie di punta di lancia di sezione triangolare; in calcare, non levi¬

gata.

44 - Manufatto con solo poche scheggiature nella parte superiore; di sezio- poligonale. (Castelnuovo Fogliani).

106) Frammento in ceramica nera internamente, nello spessore, ma rosea in superficie, lisciata, grossolana e tenace. Collo riverso all’ester¬ no, alto cm. 5. Dimensioni del frammento: cm. 12 per 10. Spes¬ sore mm. 15.

102 -

107) Frammento di parete con ansa, di grosso vaso in ceramica nera

grigiastra, spessa cm. 1. La forma dell’ansa è intermedia tra quella a tarallo e quella a nastro (cm 11 per cm. 4). Dimensioni dello intero frammento: cm 22 per 18.

108) Frammento in ceramica nera, lisciata, semilucida, con ornato a

stecca sulle pareti e sul collo che è riverso accentuatamente allo esterno. Dimensioni massime del frammento: cm. 14 per 7.

109) Frammento in ceramica nera semilucida di vaso otriforme , collo

dritto, alto cm. 5. Spessore della ceramica mm. 8. Dimensioni dell’intero frammento: cm. 13 per 10.

110) Frammento di vaso in ceramica nera lucida spessa mm. 8, con

collo dritto alto cm 3 1/2. Dimensioni dell’ intero frammento : cm. 12 per 9.

111) Frammento piccolo vaso a forma di calotta, in ceramica nera, spessa

mm. 6, semìlucida. Diametro del fondo cm. 4 ; diametro parte superiore del vaso cm. 10 ; altezza del vaso cm. 5.

112) Frammento in ceramica nera internamente e in superficie interna;

rosa-sepia in superficie esterna ; semilucida, spessa mm. 6. Collo dritto, alto cm. 3. Ansa a tarallo di cm. 8 per 6 di giro. Dimen¬ sioni massime del frammento; cm. 11 per 9.

113) Frammento in ceramica nera, lisciata, spessa mm. 8. Ansa a tarallo

(cm. 10 per 7 di giro. Dimensioni massime: cm. 11 per 11.

114) Ansa in ceramica nera, rosa sepia esternamente di cm. 12 per 11

di giro.

115) Frammento in ceramica nera, in superficie rosa-rossastra, spessa

mm. 12, semilisciata, con ansa tra la forma a tarallo e quella a nastro (cm. 11 per 3 di ampiezza). Dimensioni massime: cm. 12 per 14.

116) Frammento vaso con parete ornata di stipate protuberanze coni-

formi in più fila irregolari di cui la prima delimitante l’orlo ornato anch’esso superiormente di piccole impronte oblunghe e parallele. Ceramica nera-grigiastra, spessa cm. 1. Di mensioni massime del frammento cm : 11 per 12.

117) Frammento in ceramica rosa sepia, lisciata, lucida con ornati a

stecca curvilinei. Breve collo alto cm. 3. Spessore mm. 5. Dimen¬ sioni massime del frammento : mm. 18 per 10.

118) Frammento in ceramica nera grigiastra nello spessore e rosa-sepia

in superficie ; spessore cm. 1. Collo alto cm. 2, dritto e terminato da un margine in rilievo lungo il quale si trova una ansa formata da una specie di doppia protuberanza. Dimensioni massime del¬ l’intero frammento: cm. 15 per 13.

103 -

119) Frammento in ceramica nera-rossastra con ansa a nastro diparten-

tesi dall’orlo del vaso. Dimensioni dell’ansa: cm. 8 per 4. Dimen¬ sioni dell’intero frammento cm. 11 per 9.

120) Frammento in ceramica nera lucida, spessa mm. 5. Orlo lievemente

riverso all’esterno. Dimensioni dell'intero frammento: cm. 10 per 9.

121) Frammento in ceramica nera, lisciata, spessa mm. 8, semilucida;

con collo riverso all'esterno. Dimensioni massime del frammento cm. 1 1 per 7.

122) Frammento in ceramica nera, lisciata, lucida, di color rossastra

nella superficie esterna, spessa mm. 8. Dimensioni massime : cm. 2 per 11.

123) Frammento in ceramica rossastra spessa mm. 12* Collo alto cm. 10,

alquanto riversa nella parte superiore verso la superficie esterna. Dimensioni massime del frammento: cm. 18 per 15.

124) Frammento con ansa in ceramica nera, lisciata, spessa mm. 10. Ansa

a tarallo di cm. 10 per 8 di giro. Dimensioni massime del fram¬ mento: cm. 14 per 19.

125) Frammento in ceramica nera grigiastra, spessa mm- 10 Dimensioni

massime del frammento : cm. 14 per 8. Manico a tarallo con di¬ mensioni di cm. 10 per 7.

126) Piccolo frammento con ansa a nastro dipartentisi dall’orlo, in ce¬

ramica rossastra nell’interno, e nera, semilucida nella superficie esterna e in quella interna. Dimensioni ansa: cm. 8 per cm. 3 di ampiezza.

127) Frammento ceramica nera, lisciata, spessa mm. 12. Dimensioni mas¬

sime cm. 10 per cm. 12.

128) Fusarola in ceramica rossastra ; diametro : cm. 5.

129) Frammento in ceramica nera, spessa cm 1, lisciata, semilucida. Di¬

mensioni : cm. 10 per 15.

130) Frammento in ceramica nera spessa un cm., a superficie esterna ros¬

sastra Collo dritto, alto cm. 2, lievemente rilevato, con ornamen¬ tazione nel margine, internamente, di impronte polpastrelle, tra¬ sversali, parallele. Dimensioni cm. 9 per cm. 10.

131) Frammento in ceramica nera rivestita esternamente di lieve strato

rosso arancione ; spessa mm. 8-9 ; lisciata, semilucida. Collo dritto alto cm. 3, lievemente rientrante. Dimen. cm. 9 per 7 1/2.

132) Frammento in ceramica nera a superficie esterna e interna rossastra,

pesante; spessa mm. 11-12. Collo alto mm. 22, delineato da un rilievo cordiforme ; labbro superiormente ornato di impronte pol¬ pastrelle. Dimensioni: cm. 11 per cm 13.

104

133) Frammento in ceramica grossolana rosso-nerastra, spessa mm. 7-8;

pesante. Diametro del fondo del vaso di cm. 8. Dimensioni cm. 10 per 10.

134) Frammento in ceramica nera-grigiastra, tipo pesante, spessa mm. 15.

Dimensioni cm. 20 per 14.

135) Frammento in ceramica nera a superficie esterna rosa-rossastra,

grossolana, pesante, spessa mm. 16. Ornata di rilievo cordiforme. Dimensioni : cm. 16 per 11.

136) Frammento ceramica nerastra a superficie rossastra, spessa cm. 1;

tipo grossolano. Collo alto mm. 14, delineato da un rilievo cor¬ diforme, ornato superiormente e internamente di una serie di fossette circolari. Dimens. cm. 6 per 10.

137) Frammento di ceramica nera lisciata, semilucida, spessa mm. 8 ;

collo alto cm. 3, lievemente inclinato verso l’interno. Dimensioni cm. 13 per cm. 9.

138) Frammento in ceramica nera con superficie esterna ed interna

rosa-rossastra, grossolanana, lisciata, spessa mm. 15, ornata di un rilievo cardiforme. Dim: cm: 10 per 11

139) Frammento ceramica nerastra, spessa mm. 15, grossolana, lisciata.

Dimens. cm. 5 per cm. 8.

140) Frammento in ceramica nerastra spessa mm. 15, grossolana, lisciata.

Dimens. cm : 20 per 18.

141) Frammento in ceramica nerastra, lisciata, semilucida, spessa mm. 8-10

Dimens. cm. 12 per 8.

142) Frammento di ceramica nerastra, lisciata, spessa mm. 10. Collo alto

cm. 2, inclinato verso la superficie interna. Dimens. cm. 12 per 8.

143) Frammento in ceramica rosa-rossastra, grossolana, spessa mm. 9-10.

Dimens. cm. 12 per 8.

144) Frammento in ceramica grossolana, spessa cm. 2, grigio-nerastra,

a superficie esterna rossastra. Dimensioni cm. 12 per 7.

145) Frammento con ansa a nastro, molto arcuato, (cm. 8 per cm. 3 di

ampiezza) nera, lisciata e spessa mm. 6. Dimensioni cm. 7 per 7.

146) Frammento di ansa in ceramica nera, lisciata, lucida a forma di

nastro con motivo lunato ornato di intagli. Dimens. cm. 8 per cm. 4.

147) Frammento con ansa a nastro in ceramica nera, lisciata spessa

mm. 6-7. Dimensioni dell’ansa : cm, 8 per 4.

148) Frammento in ceramica rossastra spessa mm. 11, lisciata. Dimens.

cm. 11 per 12.

149) Frammento in ceramica grossolana spessa mm. 15-18, tipo leggiero.

- 105

Collo alto mm. 15, designato da un largo solco di mm. 25 tra due rilievi semicordiformi. Labbro ornato superiormente di im¬ pronte polpastrelle. Dimens: cm. 11 per cui. 8.

45 - Levigatolo in calcare fucoide a forma di pianta di piede.

46 - Lama - levigatolo con incavo, in calcare.

47 - Levigatolo nucleiforme con base irregolare, in calcare.

48 - Lama in calcare terminata a punta sbiegata,

49 - Piccolo levigatolo calottiforme in calcare marnoso.

50 - Punta a base molto cava, in arenaria calcarea.

51 - Punta solutreana, in calcare.

52 - Piccola lama triangolare; in calcare. (Castelnuovo Fogliani).

150) Frammento in ceramica rosa-sepia con ansa a manubrio. Collo alto cm. 1, dritto, delineato da una serie di impronte ad unghia, parallele, alte mm. 12. Sul labbro del collo, verso Finterno, altra serie parallela di simili impronte alquanto più corte. Dimens. dell’ansa: cm. 4 per 2 per 1. Dimensioni dell’intero frammento cm. 12 per 9 1/2.

- 9 -

106

1 51) Frammento in ceramica nerastra nelFinterno e rosa in superficie, grossolana; leggiera, spessa mm. 10 e ornata grossolanamente di di rilievi informi. Collo dritto. Dimens. 9 per 6 cm.

152) Frammento in ceramica depurata rosso-rosa, spessa mm. 7-8 con resto ansa. Dimens. cm. 7 per 8.

1 53) Frammento in ceramica rosa-sepia, spessa mm. 8. Dimensioni cm. 8 per 5 1/2.

154) Frammento in ceramica nera, lisciata, semilucida, spessa mm. 8.

Collo ornato nell’orlo superiore di una serie di piccole fossette oblunghe con disposizione parallela e al limite tra il collo e la parete di una protuberanza in sezione ovale. Dimensioni : cm. 5 per 6.

155) Frammento in ceramica nera, lisciata, semilucida, spessa mm 5

Collo con orlo riverso alFesterno ornato di tre lievi solchi. Dimens. cm 6 per 61/2.

156) Frammento in ceramica nera, grossolana, spessa mm. 12, nerastra

nelFinterno e con superficie rosa-rossastra. Collo ornato di im¬ pronte circolari sull’orlo verso l’interno e anche esternamente, alla distanza di due cm. Funa dall’altra. Dimens. cm. 7 per 5.

157) Frammento in ceramica nerastra spessa un cm. con all’ingiro or¬

nati a stecca. Dimens. cm. 7 per 7.

158) Frammento in ceramica grigiastra con superficie rossastra, ricca in

sostanza refrattaria dura; spessa mm. 12-14. Rilievi lineari semi- cordiformi. Dimensioni: cm. 7 per 11.

159) Frammento ceramica, fondo di vaso, nera-rossastra ; ordinaria, pe¬

sante, spessa mm. 15-16. Dimens. : cm. 11 per 12.

160) Frammento in ceramica rossa, in parte grigia, lisciata, spessa mm. 12

Dimens. 3 per 9.

161) Frammento ceramica grigia con superficie esterna rossastra; spessa

mm. 8, ornata con rilievo cordiforme, lisciata, semilucida. Dimens. 8 per 8 cm.

162) Frammento in ceramica rossastra, ornata di lievi solchi ampii mm.

12-14. Dimens. cm. 10 per 51/2.

163) Frammento in ceramica nera-grigiastra, a superficie rossastra, spessa

mm. 12-14, ordinaria (porzione di fondo e di parete). Dimens. 5 1/2 per 4-1/2,

164) Frammento in ceramica nerastra a superficie rossa, spessa un cm.;

ordinaria. Dimens. 10 per 11.

165) Frammento in ceramica rosa-rossastra, ordinaria, spessa un cm. e

e mezzo. Dimens. cm. 9 per 6.

107 -

166) Frammento ceramica grossolana, pesante, grigiastra nell’interno é

in superficie rosa-rossastra; spessa min. 12-14. Dimens. 11 per 8.

167) Frammento in ceramica nerastra, ordinaria, lisciata, spessa cm. 1

(parete con accenno di ansa) Dimens. 1 1 per 7 cm.

168) Frammento in ceramica ordinaria, spessa cm. 1, nerastra, ma a

superfie esterna rossastra. Dimens. cm. 5 1/2 per 13. (porzione di fondo con parete).

169) Frammento in ceramica nera e rossa, lisciata, spessa mm 15-18.

Dimens. 12 per 1.

170) Frammento in ceramica nera a superficie rosa-rossastra, ordinaria,

spessa cm. 2 (fondo del vaso) e cm. 1 (parete). Dimens. cm 10 però

171) Frammento in ceramica nera, lucida, spessa mm. 5; collo dritto.

172) Frammento in ceramica nerastra a superficie rossastra, spessa mm.

9-10. Dimens. 8 per 9.

173) Frammento in ceramica nera a superficie esterna rossastra; spessa

mm. 8-9 Dimens. cm. 8 per 8,

174) Frammento in ceramica nera, grossolana, spessa mm. 13-14. Dimens.

cm. 9 per 7.

175) Frammento in ceramica nera a superficie rosa-rossastra, spessa

mm. 7, lisciata, lucida, spessa mm. 15 Dimens. 12 per 15.

176) Frammento in ceramica nera a superficie rossastra, lisciata, lucida;

spessa mm. 15. Dimens. 12 per 8 1/2.

177) Frammento in ceramica grigiastra a superficie interna nerastra e

rossa esternamente, spessa cm. I. Dimens. cm. 13 per 8.

178) Piccolo frammento di ceramica (collo) nera-rossastra, spessa mm. 8

con impronte polpastrelle. Dimens. 5 per 6.

179) Frammento in ceramica grigiastra a superficie rosa-sepia, spessa

mm. 7-8. Dimens. cm. 6 1/2 per 7. Collo dritto.

180) Frammento in ceramica grossolana, lisciata, nera-grigiastra a su¬

perficie esterna rossastra. Spessore cm. 2 1/2 (fondo del vaso) e mm. 15-18 (parete). Dimensioni cm. 7 per 11.

181) Frammento in ceramica, grossolana, rossa: collo dritto lievemente

sporgente all’esterno ; alto cm. 3. Spessore mm. 12-15. Dimens. cm. 10 per 13.

182) Frammento in ceramica rosa-sepia, con ansa a tarallo, spessa mm. 8

Dimensioni dell’ansa cm. 10 per 3 di giro. Dimensioni del fram¬ mento cm 11 per 6.

183) Frammento in ceramica nera con sottile strato esterno rossastro e

quindi lisciata in nero. Collo dritto con labbro ornato di impronte polpastrelle, trasverse, parallele. Dimens. 10 per 9 1/2.

108

184) Frammento in ceramica nera, lisciata e lucida. Vaso a forma di

piatto. Dimens. del frammento 9 1/2 per 7 cm.

185) Franamento in ceramica nera, spessa mm, 6 ; lisciata e lucida ; a

superficie esterna rossastra ; coHo dritto con doppia ornamenta¬ zione a pizzico. Spessore mm. 6. Dimens. 10 1/2 per 7 1/2. cm.

186) Frammento in ceramica nerastra a superfie nero-sepia con piccola

ansa a nastro, semianelliforme (cm. 4 1/2 per 2 di ampiezza).

187) Frammento in ceramica nera ingubbiata in rosso sepia. Spessore

mm. 8. Ansa a tarallo (cm. 12 per 8 di spessore). Dimens. mas¬ sime del frammento: cm. 15 per 7 1/2.

188) Frammento in ceramica grigiastra rivestita straterello rosso. Spes¬

sore mm. 7. Ansa a nastro di dimensioni : crn. 9 per 4 1/2. Di¬ mensioni del frammento: 11 per 9.

189) Piccola coppa quasi intera in ceramica nera. Diametro cm. 7. Al¬

tezza cm. 5.

190) Frammento in ceramica nera ingubbiata in rosso-rosa e quindi li

sciata in nero. Spessore mm. 5 Collo dritto alto mm. 18. Dimen¬ sioni del frammento : cm. 9 per 6.

191) Frammento in ceramica nera ingubbiata in rosso e quindi lisciata

in nero ; semilucida. Spessore mm. 5-7. Collo alto cm. 4. Dimens. cm 8 per 9.

192) Frammento in ceramica nera a superficie sepia con sfumature in

nero. Spes. mm. 7. Dimens. cm. 11 per 9.

193) Frammento in ceramica nera ingubbiata, lucida. Spessore mm. 6-8

Dimens. 10 per 7 1/2.

194) Frammento in ceramica grigio-nerastra, ingubbiata ; spessa mm. 5

Collo alto cm. 4 Dimensioni cm. 11 per 8 1/2.

195) Frammento in ceramica grigiastra, spessa mm. 7. Labbro del vaso

ornato verso l’interno di impronte polpastrelle. Dimens. cm. 7. per 8.

196) Frammento in ceramica nera rivestita all’esterno di sottile strato

rosso, quindi, lisciato in nero; semilucida. Ansa a tarallo (cm. 12 per 9 di giro). Dimensioni cm. 9 1/2 per 7.

197) Frammento in ceramica grigia, grigia e rossa, ordinaria, spessa

mm. 5-7. Piccola ansa a nastro anelliforme (cm. 7 per 2 1/2 per 8 1 2).

198) Frammento in ceramica nerastra, lisciata, spessa mm. 6-7. Collo

dritto; ornato di un motivo di tre prominenze più o meno coniformi unite tra di loro. Dimens. cm. 11 per 7. Frammenti in ceramica rosso-sepia, lisciata, lucida, spessa mm. 8-10.

109

Fig. io.

53 - Manufatto di sezione triangolare coki coste nella faccia superiore,

calcare.

54 - Manufatto asciforme, in calcare.

55 - Lamina ovaliforme con intaccatura verso un'estremità; in calcare.

56 - Lama - bulino; in calcare.

57 - Lama in calcare grigio con estremità uncinata.

58 - Lama in calcare lievemente curva nella parte inferiore.

59 - Manufatto asciforme, in calcare.

60 - Manufatto a forma di mezzaluna, in calcare.

61 - Manufatto in calcare a forma di un chiodo.

62 - Specie di bulino; in calcare.

63 - Manufatto in marna di forma triangolare. (Castelnuovo Fogliani).

in

- 110

199) Frammento in ceramica rosso sepia, lisciata, lucida, spessa mm. 8-10.

Orlo del collo riverso lievemente aH’esterno. Dimens. cm. 6 per

8 1/2.

200) Frammento in ceramica nera, lisciata, semilucida, spessa mm. 5-6

nelle pareti e mm. 9-10 nel fondo. Dimens. cm. 9 per 12 1/ .

201) Frammento in ceramica nera, lisciata, spessa mm. 10-11. Dimens.

cm. 10 per 7.

202) Frammento in ceramica nerastra, lisciata, spessa mm. 8. Labbro del

vaso ornato a pizzico superiormente. Dimensioni cm. 8 per 6.

203) Frammento in ceramica nerastra, spessa mm 6-8, ornata con doppia

serie di impronte circolari dal diametro di mm. 2. Vaso a calice. Dimensioni del frammento mm. 20 per 8.

204) Frammento in ceramica rosso sepia, spessa mm. 10-14, lisciata.

Collo riverso aH’esterno. Dimens. cm 11 per 14.

205) Frammento in ceramica rosso vivo, lisciata. Orlo dritto. Dimens.

9 1/2 per 8.

206) Frammento in ceramica nera, lisciata, lucida, con ornato sulla parete

di un gruppo di raggi. Collo alto cm. 2, inclinato verso l’esterno. Dimens. cm. 10 per 7.

207) Frammento in ceramica nera con ansa a tarallo. Spessa mm. 6.

Ansa lunga cm. 6 e cm. 8 di giro. Dimensioni del frammento : cm. 7 per 5.

208) Frammento in ceramica nera-grigiastra con straterello esterno rosso

lisciato in nero. Spes. cm. 1; labbro ornato di imponte polpastrelle. Dimens. cm. 8 per 9.

209) Frammento in ceramica nera grigiastra, spessa mm. 5. Labbro del

collo ornato internamente con impronte ad unghia. Dimens. 6 per 6. Sulla parete ornato di protuberanze più o meno coniformi.

210) Frammento in ceramica .ìera lucida, spessa mm. 10-13. Collo dritto

ornato all’iugiro di un rilievo semicordiforme. Dim. cm. 6 per 2-1/2.

211) Frammento in ceramica rossa, spessa mm. 10-11. Dimens. cm. 11

per 7.

212) Frammento in ceramica rosso-rosa, spessa mm. 8-12, lisciata.

213) Frammento in ceramica rosso-brunastra, grossolana, spessa cm. 1

Dimens. cm. 24 per 23.

214) Frammento in ceramica nera, spessa mm. 11. Labbro del collo

ornato con impronte polpastrelle. Dimens. del frammento : cm 11. per 23.

215) Frani nento in ceramica nerastra a superficie esterna rossastra.

Spes. cm. 1 Dimens. cm. 26 per 21.

- Ili -

217) Frammento in ceramica nerastra, spessa un cm. Labbro ornato dj

impronte trasversali di polpastrelle. Collo dritto. Dimens. 24 per 11.

218) Frammento in ceramica nera rossastra, spessa mm. 8. Collo dritto

alto cm. 3 con labbro lievemente riverso all’esterno, lasciata in nero. Dimens. cm 8 per 22.

219) Frammento in ceramica nera, spessa mm. 5. Collo dritto lievemente

inclinato verso Tinterno. Dimensioni cm. 9 per 21.

220) Frammento in ceramica grigiastra, ornata all’ingiro al disotto del

collo di una serie di impronte circolari dal diametro di un cm- Collo alto cm. 3 con labbro bevente riverso all’esterno Dimens, cm. 6. 1/2 per 8.

- 112 -

Illlustrazione dei manufatti litici.

In quanto ai manufatti litici essi sono caratterizzati, anzitutto, dal non essere, salvo eccezione, scheggiati: sono però levigati; dal¬ l’essere confezionati con materia petrograficamente molto varia ; e per essere di grandezza anche molto varia oltre che di facies ti¬ pologica complessa, ricca di forme che sogliono assegnarsi a più di una coltura.

Infatti, quasi tutte le industrie vi sono rappresentate, in quanto a forma, poiché si trovano manufatti di forma solutreana, aurigna- ciana e magdaleniana, geometrica, campignana o meglio in generale del primo e medio neolitico (manca la caratteristica scure in gia- deite) e anche eneolitico, e ancora manufatti che per la forma ri¬ cordano il musteriano e lo chelle-acheulleano, sia pure ricreazione.

Una buona parte inoltre sono di proporzioni rilevanti da far supporre che gli uomini che li confezionavano e li usavano dove¬ vano essere dei giganti, dovevano esser forniti di forza erculea; altri, viceversa, molti piccoli, veri microliti e submicroliti da far supporre che gli artefici che li confezionavano e li usavano, do¬ vevano essere dei veri pigmei, per quanto a riguardo bisogna am¬ mettere che la creazione e l’uso di manufatti molto piccoli non sia mancata in nessuna industria ed età per uso dei bambini, giovanetti, donne. La maggior parte è costituita da manufatti di grandezza media in tutte le gradazioni.

Sono poi petrograficamente molto varii in quantocchè ve ne sono in calcare albarese, fucoide, grigio, calcare marnoso, in mar¬ na, in marna arenacea, in marna azzurrognola o rossiccia, in cal¬ cite, e raccolti nel parco, in arenaria a cemento siliceo e arenaria a cemento calcareo, entrambe varietà a cemento poco coerente, onde rari sono i manufatti foggiati con queste ultime rocce che ho potuti raccogliere integri. Tra le ghiaie anche in quarzite; rarissim1 quelli in selce.

Pochi sono i manufatti, come ho accennato, scheggiati, che ho raccolti, un quattro o cinque. Essi sono scheggiaci softanto da una faccia e con facies, in qualcuno di essi, eneolitica per possedere scheggiature poche, lunghe, parallele, soltanto qualcuna trasversale A riguardo poi dei pochi manufatti non levigati, essi o sono da

113

riferirsi a uno orizzontale più antico di quelli levigati, o si tratta di manufatti che non erano stati ancora terminati di lavorare.

Qualche manufatto in bronzo e in rame anche è stato spo¬ radicamente riscontrato. In bronzo è da ricordare un manufatto a

Fi g. ii

64 - Lamina di sezione triangolare con estremità appuntita, in calcare.

65 - Manufatto in calcare a forma di un triangolo isoscele.

66 - Testa di lancia in calcare.

67 - Menisco in calcare fucoide.

68 - Perforatore, in calcare.

69 e 70 - Bulini in calcare. Identica forma trovata anche a Castelnuovo.

71 - Punta a base asimmetrica, in calcare.

72 - Manufatto cuoriforme in calcare marnoso: levigatolo. (Gargano,).

foggia di scure con incavo tipo aurignaciano ; tra quelli di rame uno a forma di mezzaluna e un altro a forma di punta pedunco¬ lata e con una sola ala a margine spizzellato. Tra quelli con tipo*

114

logia eneolitica, in pietra, sono da ricordare quei peculiari Ievigatoi coniformi e quelle aste bastonciniformi più o meno regolari, che po¬ trebbero anche essese i primi magdaleniani e i secondi solutreani ; tra quelli tipologicamente neolitici il cuspide con inizio di pedun¬ colo, il cuspide a forma di cuore, il rombo, e quei peculiari ma¬ nufatti che ricordano quelli chelleani, ma sono per lo più tagliati per metà nel senso della lunghezza, e caratterizzati, ad ogni modo, dal fatto che la levigazione manca nelle scheggiature che quindi sono state effettuate dopo (qualcuno). Tra quelli con tipologia ar¬ caica ricorderemo alcuni manufatti con probabile funzione di pu¬ gnali molto simili ai caratteristici arnesi ascheulleani, le frecce trian¬ golari a base cava e con i lati discendenti , oppure a forma di foglia o di triangolo allungato con base fenduta (tipo che sembra sia da ritenersi proprio del magdaleniano medio), punteruoli magda¬ leniani e aurignaciani a forma di quadrilatero, di triangolo o trapezio (detti anche trapezoidali), con angolo o lato prolungato onde riuniti tutti nei così detti punteruoli d'angolo o punteruoli laterali ; punte¬ ruoli detti piramidati per aver la base a forma di piramide, carat¬ teristici del campignano; quei manufatti di varia grandezza a forma di D, di segmento di cerchio, di mezzaluna, di triangolo (isoscele, equilatero, scaleno); di trapezoidi, di rombo o romboide, di dischi (ritenuti aurignaciani e della industria geometrica), varie specie di punte tutte con tipologia solutreana; quei manufatti astiformi, la¬ mina ad S e a punta sbiegata, di scalpelli, scuri, testa di lancia con tipologia industria lame; lame Ievigatoi, tipo aurignaciano; quei manufatti che dovevano servire come palettine, cucchiai, cucchiaini mestoli, chiodi, quei manufatti-levigatoi molto numerosi e di forme specialmente di tipo magdaleniano, perchè imitanti la natura, e cioè così detti di " punta „, oppure a forma di piede di mezzopiede, di pianta di piede, di mezza pianta di piede, di patella, a forma di carena (quest’ultimi ritenuti aurignaciani); e in generale , poi del così detto tipo sovraelevato o nucleiforme, di forma geometrica, irregolare etc. E così ancora si possono ricordare quei manufatti tipo musteriano, perchè consistenti in scheggie, per quanto senza il tipico ritocco, a volta scheggiati sulla faccia superiore, l'inferiore essendo sempre appiattita. E inoltre ancora persino forme ritenu¬ te proprie della coltura achelle-acheulles se non addirittura rite¬ nute protolitiche e cioè il "coup de poing,, e il " ped de chevai,,.

In conclusione una facies tipologicamente molto varia e com¬ plessa che soltanto per la forma dei manufatti mostra aver rap-

115 -

porti con le industrie litiche che sono designate con i nomi di ci¬ clo delle lame, ciclo della scheggia e ciclo dell’amigdaloide.

Pertanto se, come si è accennato, caratteristica è la grossola¬ nità dei manufatti esaminati, anche che siano, come lo è general¬ mente, levigati, non può non riconoscersi in buona parte dei ma¬ nufatti una certa creazione artistica : spesso ad esempio si nota come l’artefice si sia preoccupato della scelta della pietra per fog-

73 - Probabile bulino in calcare.

74 - Testa di lancia, in calcare.

75 - Manufatto asciforme in calcare.

76 - Punta a base cava, in calcare.

77 - Perforatore in calcare, (Gargano).

giare i suoi manufatti rendendoli piccoli oggetti d’arte; oppure si sia preoccupato di foggiare con una certa eleganza scultorea, ben spesso imitando la natura, o creando; da notarsi come ad esempio

116

in molte fogge di levigatoi la pratica di effettuare degli incavi per rimpianto delle dita. Evidentemente segue da tali osservazioni la costatazione di un certo predominio della cultura artistica e natu¬ ralistica magdaleniana e anche forse aurignaciana (1). Ad essa senza dubbio devono riferirsi alcuni oggettini molto ben imitanti dei molluschi conchigliferi, e alcuni frutti: il dattero, la castagna ; oltre quei levigatoi ai quali si è accennato in vario modo imitanti la for¬ ma del piede umano.

Cultura dei manufatti litici.

Se a riguardo della ceramica si è concluso che si tratta di ce¬ ramica di coltura neo-eneolitica e neo-terramaricola ; a riguardo dei manufatti litici è da concludere che ci si trova in presenza di una unica facies si, ma che comprende forme considerate proprie di tutte e tre le colture che sogliono ritenersi a base dell’evoluzione litica, con predominio di tipi di creazione della civiltà solutro-aurigno magdaleniana, alla quale senza dubbio deve attribuirsi la scelta della pietra e il naturalismo. Si trovano pertanto anche tipi rispondenti alla coltura del paleotico antico, come ad esempio il “cou de poing,, e il “ped de chevai,, e musteriana - diverse punte - e d'altra parte meno antichi è cioè appartenenti alla facies tipologia detta geome¬ trica, nonché di neolitici (punta con inzio peduncolo), e di eneo¬ litici.

La complessa varietà della forma dei manufatti e roccia di cui sono costituiti nonché la loro levigazione conduce alla costatazione che si tratta di produzione pertinente e Stazione neolitica malgrado la prevalenza di forme arcaiche.

(1) In generale mentre ai Magdaleniani si attribuisce la copia della uatura^ agli aurignaciani la scelta della pietra.

117 -

Descrizione di alcuni tra i manufatti litici più notevoli o in migliore stato di conservazione.

1) Punta solutreana a base asimmetrica di grandezza media e cioè

misurante cm 12 di massima lunghezza per cm 9 di massima am¬ piezza ; in calcare grigio. Ghiaie Arno, Firenze (Cascine).

2) Manufatto sui generis che doveva servire probabilmente per aprire i

frutti di mare ; in calcare grigio. Tra le ghiaie del Po (Pacienza). Dimens. cm. 41/2 per 31/2.

3) Manufatto a spicchio con il dorso mostrante tre ampie faccette.

Medesima provenienza. Dim. cm 51/2 per cm. 3.

4) Punta di freccia a base concava. Medesima provenenzia. Dim.: mm. 8

per mm. 18.

5) Levigatolo nucleiforme a base irregolare. Tra le ghiaie. Altezza :

cm. 6.

6) Punta di freccia a forma di cuore, in calcare grigio. Ghiaie dello

Stirone. Dimens. massime: cm. 3 1/2 per 2.

7) Manufatto a forma di semiluna; in calcare. 3 1/2 di lunghezza per 7 cm. di massima ampiezza.

8) Manufatto a forma di triangolo isoscele, in calcare. Ghiaie Po

(Piacenza). Dimens : cm 4 1/2 per mm. 13.

9) Manufatto a forma di accetta, in calcare. Dimens. massime cm. 5

per 3. Medesima provenienza.

10) Punta di freccia a base lievemente cava ; in calcare marnoso. Me¬

desima provenienza. Dimens. cm 9 per cm 5.

11) Manufatti a forma di rombo; in calcare grigio. Medesima prove¬

nienza. Dimens. cm 5 per 3 1/2 e cm. 3 1/2 per 4 1/2.

13) Manufatto in calcare grigio di forma molto peculiare e cioè a forma

di spicchio continuantesi centralmente in una laminetta inclinata. Tra le ghiaie, forse del Po Dim. massime cm. 5 per 3 1/2.

14) Manufatto, piccolo oggetto artistico, a forma di conchiglia di lamel-

libranchio (ovula?), in calcare Dimens. massime: cm. 4 per 2 1/2. Medes. loc. (tra le ghiaie).

15) Altro manufatto di identica forma ma più grande: cm. 6 per 5 1/2.

Medesima provenienza.

16) Piccolo punteruolo a forma di spicchio prolungato in punta a uno

degli estremi. Dimens. massime cm. 3 per 2. Medesima prove¬

nienza.

118

17) Piccola punta di freccia a lati discendenti, in calcite. Dimens. 2 1/2 per 2 1/2. Medesima provenienza.

19 Piccolo levigatoio in calcare a forma di calotta. Massime dimens. mm 20 per 12. Medesima provenienza.

20) Piccola punta di freccia a base cava in quarzite. Dimens. massime:

mm. 12 per 6. Medesima provenienza.

21) Piccolo manufatto a forma di trapezio, in calcile. Dimens. massime:

mm 12 per 6. Medesima provenienza.

22) Dischetto in calcare grigio. Diametro: cm. 2. Medesima provenienza.

23) Piccola laminetta ovale con breve manico ; probabile levigatoio. In

calcare. Dimens. massime: cm. 3 1/2 per mm. 18 Medesima pro¬ venienza.

24) Manufatto a forma di punteruolo : laminetta appuntita a base conica ;

in calcare. Dimens. massime : cm 4 per mm 18. Medesima pro¬ venienza.

25) Laminetta in calcare a base curva. Dimensioni massime della lamina:

cm. 3 1/2 per mm. 6 di ampiezza. Medesima provenienza.

26) Levigatoio a forma così detta di « lumacone » ; in calcare. Dimens.

massime : mm. 13 per cm. 4 1/2. Medesima provenienza.

27) Freccetta triangolare a base cava e con due angoli smussati. Dimens.

massime : cm. 3 per 1 1/2. Medesima provenienza.

28) Punteruolo a forma di piramide allungata, a base quadratica ; in

calcare. Dimensioni massime: cm. 3 1/2 per 1/2. Medesima pro¬ venienza.

29) Manufatto in calcare a forma di accetta. Dimens. massime: cm. 4

per 2. Medesima provenienza.

30) Punta ovale a base asimmetrica, in calcare. Dimens. massime : mm. 22

per mm. 12.

31) Piccolo manufatto ascifortne in calcare. Dimens. massime: mm. 30

per 12.

32) Punta di freccia in calcite a base asimmetrica. Dimens. massime :

cm 3 1/2 per 1 1/2. Medesima provenienza.

33) Piccolo manufatto coniforme : probabile levigatoio. Dimens. massime:

cm. 1 per cm. 2. Medesima provenienza.

34) Manufatto a forma di piramide a base pentagonale : levigatoio ; in

calcale. Dimens. massime: cm. 5 per 3. Medesima provenienza.

35) Laminetta a forma di triangolo equilatero; spessa mm. 3. Dimens.:

cm. 3 per 2.

36) Laminettajn calcare a forma di palettina. Dimens. massime: cm. 3

per 2. Medesima provenienza.

119

Fig. 13.

78 - Uncino da pesca, in calcare.

79 - Manufatto asciforme, in calcare.

80 - Manufatto a forma di mezzaluna, in selce.

81 - Manufatto a foima di piramide triangolare, in calcare.

82 - Manufatto a forma di D, in selce.

83 - Menisco in selce.

84 - Punta con inizio di peduncolo, in calcare.

85 - Punta di forma musteriana, in calcare.

86 - Picccla punta in selce.

87 - Piccola lamina con manico in selce.

88 - Piccolo levigatoio cosè detto * d'estremità 9 (Gargano).

- 120

37) Lamina a forma di trapezio, in calcare, spessa mm, 7 Dimens. cm. 5

per mm. 18 Castelnuovo Fogliani ('Parco dell’Istituto Apostolico del S. Cuore).

38) Manufatto a forma di mezzaluna, in calcare. Dimens. : cm. 5 per

cm 3 Medesima località.

39) Lamina piana da ambo le facce, in calcare, terminata a punta spie¬

gata. Spessa mm. 4-5. Dimens. massime: cm. 4 per cm 3. Mede¬ sima località.

40) Lamina in calcare, piana da una faccia e dall’altra unischeggiata ; a

sezione di triangolo scaleno. Spessa da 8 a 12 mm. Dimens. mas¬ sime : cm 4 per cm 2 Medesima località.

41) Manufatto in calcare a forma trapezoidale. Lamina spessa: mm. 5.

Dimens. massime: cm 4 per cm. 2 1/2. Medesima località.

42) Punta di freccia a base ampia, incavata ; in calcare. Lamina spessa

mm. 5 Dimen. massime cm. 5 1/2 per 3 1/2. Medesima località.

43) Lamina in calcare a forma di un rettangolo lievemente romboidale*

spessa mm 5 Dimens. mm. 22 per mm. 18 Medesima località.

* 44) Lamina in calcare a forma di un triangolo isoscele. Spessa mm. 8.

Dimens. cm. 3 1/2 per 4 1/2. Medesima località.

45) Lamina in calcare, rettangolare, spessa mm 6. Dimens. cm. 3 1/2

per 3. Medesima località.

46) Lamina in calcare spessa mm 5, in forma di un triangolo scaleno.

Dimens. mm. 30 per 14 mm. Medesima località.

47) Lamina in quarzite a più intacchi, tipo aurignaciano ; spessa mm.

7 Dimens. massime: cm. 5 per 4. Medesima località.

48) Lamina in calcare, ovaliforme a base intaccata, tipo aurignaciano e

propriamente intermediaria tra quelle tipiche dell’ aurignaciano superiore e quelle tipiche dell’aurignaciano inferiore. Spessa mm 4-6 Dimens. cm. 3 per 5. Medesima località.

49) Simile lamina ma più allungata e appuntita, come quelle caratteri¬

stiche dell’aurignaciano medio. Dimens. massime cm. 7 per 3. Spessore mm 7. Medesima località. Ghiaie Arno (Firenze Cascine).

50) Punta di freccia a base asimmetrica, in calcare. Lama spessa mm. 7

Dimens. massime cm. 8 per 4 1/2 Sporadica.

51) Lamina in calcare a forma di lancia, spessa mm 8-10. Dimens. mas¬

sime: cm. 8 per cm. 3 1/2. Nel parco dell'Istituto Apostolico del S. Cuore.

52) Lamina in calcare a forma di un osso di sepia, spessa mm 4-5.

Dimens. massime: cm. 7 1/2 per 4 Medesima località.

53) Lamina a forma di accetta, in calcare. Spessa mm 7. Dimens. mas.

siine cm. 3 per 6. Medesima località.

Fi g. 14.

89 - Manufatto in calcare a forma di D.

90 - Piccolo manufatto in selce a forma di palettina.

91 - Ascia, in calcare.

92 - Piccola ascia, in selce.

93 - Piccola lamina con estremità assottigliata e curva ; in selce.

94 - Piccolo manufatto in selce a forma di rettangolo.

95 - Manufatto in selce di forma piramidale : levigatoio.

96 - Piccolo levigatoio in selce della forma così detta a «lumacone».

97 - Levigatoio in selce di forma prismatica a base triangolare.

98 - Manufatto con incavo tipo aurignaciano : levigatoio; in selce-

99 - Piccolo levigatoio in selce a forma di cupola.

100 - Piccola lamina in selce, triangolare.

101 - Piccolo levigatoio a base triangolare, in selce.

102 - Piccolo trapezio, in selce.

103 - Dischetto in selce.

104 - Piccola lamina in selce lievemente uncinata.

105 - Piccolo manufatto a forma di mezzaluna, in selce.

106 - Menisco lievemente ovaliforme ; in selce.

107 - Laminatta a estremità assottigliata e curva, in selce.

108 - Manufatto a forma di un piccolo rettangolo, in selce.

109 - Piccola lamina ad estremità assottigliata e sbiegata (Gargano)

10

122

5<i) Lamina a sezione trapezoidale, terminata in pnnta, con una faccia piana c l’altra con tre lunghe scheggiature che decorrono da un estremo all’altro della lamina. Spessore massimo: cm. 1. Dimens. massime: cm. 7 per 31/2. Medesima località.

55) Lama a sezione trapezoidale, in calcare, con una sola faccia piana.

Spessore massimo: mm. 12. Dimens. massime : cm. 3 per 4 1/2. Medesima località.

56) Lamina in calcare simile alla precedente, ma più piccola e con la

punta alquanto incurvata. Spes. massimo mm. 12. Dimens. mas¬ sime: cm. 41/2 per 31/2.

5") Lamina in calcare, arcuata; spessa mm. 5-10. Dimens. massime: cm 8 per cm. 4. Medesima località.

58) Lamina in calcare, rombiforme. Dimens. 31/2 per 5. Tra le ghiaie;

sporadica.

59) Levigatolo, in calcare, nucleiforme. Dimens. 31/2 per 5 per 3 di

altezza. Nel Parco dell’Istituto del S. Cuore.

60) Punta di freccia in calcare, di forma pentagonale. Lamina spessa

mm- 5. Dimens. mass.: cm. 61/2 per 7. Medesima località.

61) Levigatoio in calcare, nucleiforme. Dimens. 25 per 15 per 12. Me¬

desima località.

62) Manufatto in calcare a forma di losanna. Lamina spessa mm. 7. Di¬

mens. cm. 61/2 per 2. Medesima località.

63) Manufatto in calcare a forma di spicchio. Dimens. : cm. 6 per 4 per

21/2. Medesima località.

64) Freccia a punta arcuata in calcare. Lamina spessa mm. 5 Dimens.

massime, cm. 6 per 3. Medesima località.

65) Testa di lancia in calcare, spessa mm. 3-4. Dimens. massime: cm

31/2 per 21/2 Medesima località.

66) Levigatoio in calcare a forma di piede, lungo cm. 5 e ampio cm.

21/2; altezza massima cm. 2 Medesima località.

67) Levigatoio in calcare a forma di « lumacone » e del così detto tipo

« sovraelevato ». Dimens. cm. 5 1/2 per 2 per 3. Medesima loca¬ lità-

68) Altro levigatoio del medesimo tipo con base a forma di triangolo

scaleno. Dimens. cm. 40 per 22 con mm. 15 di altezza. Mede¬ sima località

69) Manufatto in calcare a forma di spicchio con il dorso trifaccettato.

Dimens. cm. 1 1 2 per 2 per mm. 22. Medesima località.

70) Levigatoio in quarzite a forma di piramide triangolare. Dimens. mm-

32 per 28 per 2. Ghiaie del Po (Piacenza).

123

71) Levigatolo in calcare del così detto tipo « sovraelevato ». Dimens.

mm. 8 per 4. Medesima località.

72) Manufatto in calcare a forma di parallelepipedo. Dimens. mm. 3 per

2 per mm. 8.

73) Manufatto in calcare marnoso a forma di palettina. Dimens. mas¬

sime: cm. 4 per 2 1/2 Tra le ghiae del Parco dell’Istitnto apo¬ stolico del S. Cuore.

74) Menisco in calcare. Diametro cm. 2 1/2. Medesima provenienza.

75) . Altro menisco in calcare. Diametro cm. 2 1/2. Medesima prove¬

nienza.

76) Menisco ovaliforme con dimensioni: cm. 2 1/2 per cm. 1 1/2. Me¬

desima provenienza.

77) Manufatto in quarzite semiovaliforme e base fenduta. Dimens. cm.

2 1/2 per 1 1/2. Medesima provenienza.

78) Lamina in calcare marnoso triangolare, appuntita, di sezione ovale.

Dimens. cm. 5 per 3. Medesima località.

79) Piccola freccia in calcare marnoso; tipo a forma di foglia. Tra le

ghiaie (Parco dell’Istituto del S. Cuore). Dimensioni massime: mm. 20 per 13.

80) Manufatto di forma trapezoidale, in calcare marnoso. Dimens. mas¬

sime: mm. 40 per 16; spessore mm. 5. Medesima località, tra le ghiaie.

81) Piccola freccia a base cava, in calcare marnoso. Dimens. massime:

cm. 2 1/2 per 2 1/2. Tra le ghiaie di provenienza Po (Piacenza).

82) Manufatto in calcare marnoso con dimens. massime: cm. 4 1/2 per

2; specie di lamina triangolare a punta sbiegata. Medesima loca¬ lità (tra le ghiaie).

83) Piccola lamina a forma di triangolo allungato, isoscele, in calcare

marnoso. Dimens. : cm. 4 1/2 per 2. Medesima locai, (tra le ghiaie).

84) Laminetta in calcare grigio alquanto marnoso, in forma di perfetto

triangolo equilatero. Altezza del triangolo: cm. 3 1/2. Spessore mm. 3. Medesima località (tra le ghiaie).

85) Piccolo levigatolo in qnarzite del tipo sovraelevato a base più o

meno trapezoidale. Dimen. massime cm. 2 per 1 1/2. Medesima

località (tra le ghiaie).

86) Piccolo manufatto in calcare marnoso a forma di prisma triango¬

lare. Dimens. cm. 3 per 1/2. Medesima provenienza.

87) Piccola laminetta in calcare marnoso, triangolare con punta sbiega¬

ta. Dimens. cm. 3 1/2 per l 1/2. Spessore mm 4. Medesima pro¬

venienza.

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88) Piccolo levigatolo in calcare marnoso, a forma di «lumacone»,

Dimen. : cm. 5 per 1 1/2; altezza cm. 1. Medesima provenienza.

89) Manufatto in calcare a forma di tallone diritto: levigatoio. Dimens.

cm. 21/2 per 2 per 1. Nel parco dell’Istituto Apostolico del S. Cuore.

90) Manufatto in calcare marnoso tipo punta « a cran » (aurignaciano

sup.) Dimens. massime: cm. 6 1/2 per 4. Spessore lamina mm. 4. Nel parco dell’Istituto del S. Cuore (tra le ghiaie).

91) Manufatto in calcare marnoso a forma di « foglia di salice ». Di¬

mens. massime: cm. 7 per 3 1/2. Spessore lamina cm. 1. Mede¬ sima provenienza.

92) Punta musteriana in calcare marnoso. Dimens. cm. 6 per 5. Spes¬

sore lamina mm. 7 per 3 1/2. Spessore lamina cm. 1. Medesima provenienza.

93) Levigatoio in calcare marnoso a forma di carena. Dimens. massime

cm. 6 per 3.

94) Punta di lancia in calcarea marnoso. Dimens. massime: cm. 6 1/2

per 6. Spessore mm. 5. Parco dell’Istituto del S. Cuore in Castel- nuovo Fogliani.

95) Manufatto in calcare marnoso a forma di mezzaluna. Dimens. cm. 8

per 3 1/2. Spes. della lamina mm. 8. Medesima località (tra le ghiaie).

96) Manufatto in calcare a forma di triangolo con un lato curvo e a

punta sbiegata. Dimens. massime: cm. 6 1/2 per 4. Spessore la¬ mina cm. 1. Medesima località.

97) Piccola accetta in calcare marnoso. Dimens. cm. 5 per 3 1/2. Spess.

lamina mm. 4. Medesima località (tra le ghiaie).

98) Manufatto in calcare marnoso a forma di mezza pera schiacciata.

Dimens. cm. 8 per 4. Medesima località.

99) Punta di freccia con inizio di peduncolo, in calcare marnoso. Di¬

mensioni massime: cm. 8 per 6 1/2. Spes. massimo cm. 2 Mede¬ sima località.

100) Manufatto in calcare di forma triangolare con un angolo molto

prolungato a punta : probabile perforatore. Misure massime cm.

4 1/2 per 5. Spessore mm. 4. Medesima località (tra le ghiaie).

101) Manufatto in calcare a forma di segmento di circolo. Dimens. cm.

2 1/2 per 5 (corda). Medesima località (tra le ghiaie).

102) Punta di freccia in calcare del così detto tipo a « foglia». Dimens.

massime cm. 9 1/2 per 7 1/2. Spes. massimo: mm. 5. Medesima località.

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103) Manufatto in arenaria di forma romboidale. Dimensioni : cm. 9

per 5. Spessore, min. 8. Medesima località.

104) Lama allungata a base rivolta in su, in calcare. Dimensioni cm. 9

per 5. Spessore mm. 12. Medesima località.

105) Punta di forma musteriana in calcare. Spessore mm. 4. Dimensioni

massime : cm. 7 per 41/2 Medesima località.

106) Lamina in calcare terminata in punta e alquanto arcuata. Dimens.

cm. 8 per 41/2. Medesima località.

107) Punta di freccia in calcare marnoso a base incavata. Dimensioni

massime cm. 9 per 8 1/2. Medesima località.

108) Levigatolo in calcare del così detto tipo sovraelevato, a base o-

vata. Dimensioni cm. 10 per 3 1/2 per 8 di altezza. Medesima località.

109) Manufatto in calcare a forma più o meno di arpione. Lamina spes¬

sa, allungata e inferiormente alquanto sbiegata e appuntita. Di¬ mensioni: cm. 12 per 3. Spessore cm. 2. Medesima località.

110) Punta di freccia con inizio di peduncolo, in calcare. Dimensioni

massime: cm. 10 per 8. Spessore cm. 2. Medesima località.

111) Punta di freccia a forma di cuore, in calcare. Dimensioni massime

cm. 9 per 7. Medesima località.

112) Manufatto in calcare a forma di foglia. Dimensioni massime: cm.

8 per 6. Spessore della lamina : mm. 6-3. Medesima località.

113) Lamina in calcare molto spessa e allungata; inferiormente alquanto

incurvata. Dimensioni cm. 11 per 4. Spessore cm 1-2. Medesima località.

114) Lamina in calcare a forma di trapezio. Dimensioni cm. 8 per 5.

Spessore cm. 1. Medesima località.

115) Manufatto